Armadillo

Pubblicato il 15 ottobre 2026 alle ore 23:42

In una scena di Due Spicci, l’Armadillo prova a spiegare a Zero una cosa apparentemente semplice: servono dei muri.

Non muri veri. Confini. Una prima cinta per tenere fuori quello che non ci riguarda, una seconda per proteggere ciò che è più intimo, fino alla fortificazione più interna, quella dove dovrebbe arrivare pochissima gente. Fa ridere, perché Zerocalcare riesce a trasformare anche una seduta di autocoscienza in una discussione condominiale. Ma a un certo punto smette di far ridere.

Perché tutti abbiamo costruito qualche muro.

Qualche giorno fa Simone, un conoscente con cui condivido soprattutto una certa idea della musica, ha scritto un libro su Ian Curtis e sui Joy Division. Non l’ho ancora letto. Mi è bastato sapere che esiste per tornare ad ascoltare quella musica e farmi venire in mente una parola che non mi piace molto: depressione.

Non mi piace perché viene usata con troppa facilità. Siamo tristi e diciamo di essere depressi. Abbiamo una giornata di merda e siamo depressi. Finisce una storia e siamo depressi.

La depressione è un’altra cosa. E non ho nessuna intenzione di diagnosticarla a musicisti morti o vivi, né di trasformarla in una categoria estetica.

La parola che mi interessa è un’altra.

Tormento.

Ian Curtis ne è diventato suo malgrado una delle immagini più riconoscibili. Nei Joy Division il tormento non sembra nemmeno qualcosa che venga raccontato: sembra essere entrato direttamente nel suono.

Isolation, Atmosphere, The Eternal, Twenty Four Hours. La batteria sembra spesso tenere in piedi qualcosa che potrebbe crollare da un momento all’altro, il basso cammina per conto proprio, la chitarra lascia spazi vuoti e quella voce arriva da una stanza nella quale non siamo sicuri di voler entrare.

Eppure entriamo.

È questo che mi ha sempre impressionato della musica più scura. Una condizione che tende a separare dagli altri riesce, attraverso una canzone, a fare esattamente il contrario.

La depressione isola. La musica connette.

Non significa che la sofferenza renda migliori artisti. È una delle idee più pericolose che abbiamo costruito intorno all’arte: il genio tormentato, l’artista maledetto, il dolore necessario per creare qualcosa di grande.

No.

Il dolore fa male. La depressione non è un talento. L’autodistruzione non è una tecnica compositiva.

Il fatto straordinario è che qualcuno riesca a prendere ciò che gli accade dentro e a dargli una forma che un altro essere umano possa riconoscere.

Roger Waters quella forma l’ha trasformata addirittura in architettura.

The Wall è uno dei più grandi monumenti musicali all’isolamento mai costruiti. Perdita, trauma, paura, rabbia, paranoia, incapacità di entrare davvero in relazione con gli altri: ogni cosa aggiunge un mattone.

Il muro nasce per proteggere.

Ed è qui che Zerocalcare e i Pink Floyd, apparentemente lontanissimi, finiscono nella stessa stanza.

Perché un muro funziona benissimo.

Finché scopri che tu sei rimasto dentro.

La difesa e la prigione possono avere esattamente la stessa forma.

In The Wall questa trasformazione diventa gigantesca, teatrale, perfino grottesca. Il personaggio costruisce una barriera per non essere più ferito e alla fine non riesce più a raggiungere nessuno. Ciò che doveva tenerlo al sicuro diventa ciò che lo separa dal mondo.

L’Armadillo direbbe che servono confini.

Roger Waters probabilmente risponderebbe: attento a quanti mattoni usi.

C’è un altro modo di raccontare il tormento, meno architettonico e più atmosferico.

I Cure hanno costruito interi mondi dentro quella zona.

Pornography non è un disco da mettere per migliorarsi la giornata. È claustrofobico, ossessivo, quasi privo di aria. Disintegration è diverso, più ampio e persino più bello, ma conserva quella capacità di trasformare malinconia, perdita e paura in un luogo nel quale entrare.

Robert Smith non ti spiega come dovresti sentirti.

Costruisce l’ambiente.

E tu, se conosci quella sensazione, la riconosci.

È questo che fanno certi dischi. Non descrivono uno stato d’animo. Lo ricreano.

Ne avevo già sfiorato una parte parlando dei Radiohead. Lì avevo scelto la parola inquietudine, e rimane quella giusta: la sensazione che qualcosa non torni, anche quando apparentemente tutto è al suo posto.

Avevo incontrato lo stesso territorio da un’altra parte con Nebraska di Springsteen: il ritiro, il buio, la necessità di abbassare il rumore esterno.

Non voglio tornarci nello stesso modo.

Il tormento è diverso.

È qualcosa che insiste.

Non necessariamente urla. A volte lavora lentamente, ripete lo stesso pensiero, torna negli stessi punti, scava.

Florence Welch riesce a renderlo enorme.

Never Let Me Go è una delle canzoni che mi fanno più questo effetto. C’è l’acqua, c’è l’abbandono, c’è quella voce smisurata che sembra contemporaneamente chiedere di essere salvata e accettare di andare a fondo.

Florence ha spesso trasformato fragilità, eccesso, dipendenza e paura in qualcosa di quasi rituale. La cosa impressionante è la sproporzione tra ciò che racconta e il modo in cui lo canta.

Una fragilità privata diventa una cattedrale.

Non sparisce.

Non viene curata dalla musica.

Cambia forma.

È questo il punto che continua a interessarmi.

La musica non risolve necessariamente il tormento. Gli costruisce intorno uno spazio nel quale può essere guardato.

E soprattutto condiviso.

Quando ascolti Ian Curtis non stai vivendo quello che viveva lui. Sarebbe presuntuoso pensarlo. Quando ascolti Florence non entri nella sua testa. Quando metti The Wall non diventi Pink.

Ma puoi riconoscere qualcosa.

Una sensazione.

Una paura.

Un pensiero che avevi sempre creduto difficile da spiegare e che improvvisamente qualcuno ha trasformato in tre accordi, in una voce, in un rumore.

Ed è lì che succede una cosa strana: ciò che ci faceva sentire diversi dagli altri diventa esattamente ciò che ci collega a loro.

Una canzone non ha bisogno di guarirti per aiutarti.

A volte basta scoprire che quella stanza esiste anche nella testa di qualcun altro.

Zerocalcare questo lo fa continuamente senza una chitarra.

Il suo tormento parla, commenta, rompe le scatole, prevede catastrofi, ricorda figuracce di quindici anni prima, costruisce elaborate strategie per evitare una telefonata.

E ha la forma di un Armadillo.

È un’intuizione bellissima perché toglie al tormento quella patina romantica che gli abbiamo messo addosso.

Non è sempre Ian Curtis davanti a un microfono.

Può essere una voce ridicola che alle tre del mattino decide di ricordarti esattamente quella cosa che avresti preferito dimenticare.

Può essere ansia.

Senso di colpa.

Inadeguatezza.

Paura di sbagliare.

Paura di deludere.

La certezza inspiegabile che tutti abbiano ricevuto il manuale delle istruzioni della vita tranne te.

E puoi riderne.

Il fatto che faccia ridere non significa che faccia meno male.

Anzi, a volte l’ironia è un altro modo per riuscire a guardare qualcosa senza esserne schiacciati.

Una canzone dei Joy Division e una scena di Zerocalcare possono fare lo stesso lavoro con strumenti completamente diversi.

Danno una faccia a qualcosa che normalmente non ne ha una.

Ed è importante anche ricordare che non tutto il tormento è depressione.

La tristezza non è depressione.

L’ansia non è depressione.

Il lutto non è depressione.

La dipendenza non è depressione.

Possono incontrarsi, sovrapporsi, alimentarsi, ma non sono sinonimi.

Usare una sola parola per tutto finisce per non spiegare più niente.

Per questo alla fine preferisco Armadillo a Tormento.

L’Armadillo non è una diagnosi.

È una presenza.

Quella cosa che ognuno conosce in forme diverse e che, nei momenti peggiori, sembra sapere esattamente dove colpire.

E allora costruiamo muri.

Ci chiudiamo.

Ci proteggiamo.

Facciamo finta che non ci interessi.

Alziamo il volume.

Disegniamo.

Scriviamo.

Cantiamo.

Qualcuno prende una chitarra.

Qualcun altro inventa un animale corazzato che vive nella sua testa.

Il tormento non rende l’arte migliore.

L’arte, quando riesce davvero, fa qualcosa di molto più utile.

Apre una fessura nell’armatura.

Il muro rimane.

L’Armadillo pure.

Ma da quella fessura può passare una voce.

E dall’altra parte, qualche volta, c’è qualcuno che la sente.

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