Automatic for the people

Pubblicato il 10 ottobre 2026 alle ore 11:03

Stavano mangiando durante una pausa.

Due imbianchini, due uomini che lavorano alla preparazione di un luogo nel quale io, invece, passo le giornate a controllare lavori, immaginare spazi, pensare a quello che dovrà succedere lì dentro.

Uno è egiziano. L’altro ucraino.

Avrei potuto salutarli e continuare per la mia strada.

In fondo facciamo continuamente così. Incrociamo persone delle quali conosciamo la funzione, qualche volta il nome, quasi mai la storia.

Con l’egiziano abbiamo cominciato a parlare di calcio. È bastato nominare Mohamed Salah e la Fiorentina perché comparisse immediatamente un terreno comune. Lui sorrideva molto. Abbiamo scherzato.

Per qualche minuto non eravamo più quello che dirige un progetto e quello che imbianca un muro.

Eravamo due persone che parlavano di calcio.

All’altro ho chiesto da quanto tempo fosse in Italia.

Mi ha raccontato che è ucraino, che è fuggito poco dopo l’inizio della guerra. Sua madre ha lasciato il Paese ed è andata in Germania. Due suoi fratelli sono rimasti là.

Mentre parlava di loro gli occhi gli si sono riempiti di lacrime.

I fratelli quasi lo accusano di essere un traditore perché se n’è andato.

Cinque minuti prima era un uomo che stava imbiancando una parete.

Cinque minuti dopo davanti a me c’erano una guerra, una madre in Germania, due fratelli rimasti in Ucraina e un uomo che probabilmente si porta dietro ogni giorno il peso di una scelta che non dovrebbe aver bisogno di essere giustificata.

La guerra aveva improvvisamente una faccia.

Forse è questo che abbiamo smesso di fare abbastanza spesso.

Vedere le persone.

Non guardarle.

Vederle.

La differenza è enorme.

In questi giorni ascolto molto Automatic for the People dei R.E.M.

È uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Uno di quelli che, se qualcuno mi costringesse al vecchio gioco dei dieci album da portare su un’isola deserta, avrebbe probabilmente un posto assicurato.

E sarebbe curioso.

Portarsi su un’isola deserta proprio un disco for the people.

È un disco pieno di esseri umani.

Non nel senso letterale.

È pieno di fragilità, ricordi, perdita, paura, ironia, morte, consolazione. È un disco che non osserva il mondo dall’alto.

Si avvicina.

Drive comincia quasi come un invito, o forse un avvertimento. C’è una generazione là fuori, qualcuno a cui rivolgersi. La musica avanza lentamente, senza bisogno di alzare la voce.

È una delle caratteristiche di tutto il disco.

Non urla quasi mai per costringerti ad ascoltare.

Ti chiede di avvicinarti.

Forse dovremmo fare lo stesso con le persone.

Perché oggi di persone ne vediamo continuamente.

Sui social.

Nei notiziari.

Per strada.

Nelle statistiche.

Nei video di una guerra.

Dentro una manifestazione.

Su un barcone.

Sotto le macerie.

In una fila davanti a un centro di accoglienza.

Ma più diventano numerose, più rischiano di smettere di essere persone.

Diventano “i migranti”.

“Gli ucraini”.

“I palestinesi”.

“Quelli che protestano”.

“Gli stranieri”.

“Quelli che vengono qui”.

“Quelli che se ne devono andare”.

Le categorie sono comodissime.

Una categoria non ha una madre.

Non ha fratelli.

Non piange mentre ti racconta perché è fuggita.

Una persona sì.

Ed è molto più difficile restare indifferenti davanti a una persona.

Qualche giorno fa guardavo le immagini di giovani scesi in strada per difendere qualcosa in cui credono. Ho pensato a quanto facilmente giudichiamo una folla senza conoscere quasi nessuno di quelli che la compongono.

Nello stesso periodo ho visto immagini di guerra, morte, genocidi, persone che perdono tutto.

Arrivano sullo stesso schermo sul quale, pochi secondi dopo, può comparire una pubblicità.

Scorriamo.

Non perché siamo diventati cattivi.

Perché nessun essere umano potrebbe assorbire ogni giorno tutto il dolore del mondo senza costruirsi qualche forma di protezione.

La domanda, però, è quanto quella protezione finisca per diventare indifferenza.

Quanto impieghiamo perché un’immagine terribile diventi semplicemente un’altra immagine terribile.

Quanto ci vuole perché impariamo a dire:

non mi riguarda.

Everybody Hurts fa esattamente il contrario.

Non parla a una massa.

Parla a qualcuno.

Non importa chi.

Una persona che sta male.

Una persona che per qualche minuto potrebbe avere bisogno che qualcuno le ricordi che non è l’unica.

Forse è per questo che una canzone apparentemente così semplice riesce ancora a essere insopportabilmente potente.

Perché l’empatia non funziona molto bene con le folle.

Ha bisogno di avvicinarsi.

Di scegliere una faccia.

Una voce.

Una storia.

Alcuni anni fa lavorava con me in albergo un facchino albanese.

Era bravissimo.

Una di quelle persone sulle quali sai di poter contare senza bisogno di ripeterlo ogni volta.

La sua storia non me l’ha mai raccontata.

L’ho saputa da altri colleghi.

Era arrivato in Italia dall’Albania nel 1991 su una di quelle navi stracariche di persone delle quali abbiamo visto fotografie diventate parte della nostra memoria collettiva.

Aveva costruito qui tutta la sua vita.

Io non ho mai avuto il coraggio di chiedergli di raccontarmi quel viaggio.

Oggi mi dispiace.

Avrei voluto ascoltarlo dalla sua voce.

Ma lui non aveva scelto di raccontarmelo, e probabilmente era giusto rispettare quel silenzio.

La cosa strana è che da quando conoscevo quella storia non riuscivo più a guardarlo nello stesso modo.

Era sempre lui.

Stesso lavoro.

Stessa uniforme.

Stesso sorriso.

Ma dietro vedevo una nave e lui che si tuffava prima di arrivare al porto, rischiando la vita, tanta era la disperazione.

Vedevo un ragazzo molto più giovane che lasciava un Paese senza sapere esattamente cosa avrebbe trovato dall’altra parte del mare.

Una volta conosciuta una storia, una persona cambia aspetto.

Siamo noi che finalmente cominciamo a sentirla, quella storia.

Nightswimming è una delle canzoni che amo di più di Automatic for the People.

Racconta un ricordo piccolo.

Non un evento storico.

Non qualcosa che cambierà il mondo.

Un frammento di vita che per chiunque altro potrebbe non significare niente e che per chi lo ha vissuto contiene un universo.

Siamo fatti soprattutto di questo.

Piccole cose che nessuno vede.

Ricordi che non raccontiamo.

Partenze.

Errori.

Paure.

Persone che abbiamo perso.

Case che abbiamo lasciato.

Un amore.

Una malattia.

Una nave.

Una guerra.

Una sera in cui siamo stati felici senza che nessuno se ne accorgesse.

E noi continuiamo a incontrarci sapendo quasi niente gli uni degli altri.

È inevitabile.

Non possiamo conoscere la storia di ogni persona che incrociamo.

E non abbiamo neppure il diritto di pretenderla.

Ma potremmo almeno ricordarci che una storia esiste.

Anche quando non ce la raccontano.

L’empatia comincia proprio dalla consapevolezza di non sapere.

Man on the Moon gioca continuamente con quello che è vero e quello che non lo è, con le storie che costruiamo, con ciò a cui decidiamo di credere.

Facciamo qualcosa di simile anche con gli esseri umani.

Li vediamo per pochi minuti e completiamo immediatamente il resto.

Quello è arrogante.

Quella è fredda.

Quello è uno straniero.

Quello pensa soltanto ai soldi.

Quella persona non mi piace.

A volte abbiamo ragione.

Ho conosciuto persone capaci di deludermi profondamente. Persone senza scrupoli. Persone per le quali gli altri esistono soltanto finché possono servire a qualcosa.

Non credo affatto che conoscere la storia di qualcuno significhi automaticamente giustificarlo.

L’empatia non è ingenuità.

Capire non significa assolvere.

Ma proprio quando rischiamo di convincerci che le persone siano tutte uguali, qualcuno fa qualcosa che rompe lo schema.

Una gentilezza che non aveva alcun obbligo di fare.

Una telefonata.

Una mano tesa.

Qualcuno che ascolta davvero.

Una persona che, senza quasi conoscerti, riesce a intuire che in quel momento hai bisogno di qualcosa.

Ed è incredibile quanto possa bastare poco per restituirti fiducia negli esseri umani.

Forse una sola persona può smentire un’intera teoria sulle persone.

Sweetness Follows attraversa perdita e rapporti familiari senza trasformarli in retorica.

Anche lì sento qualcosa che appartiene profondamente a questo disco: la compassione non viene mai annunciata.

Non dice “adesso devi commuoverti”.

Ti mette davanti a qualcosa.

E aspetta.

La vera indignazione, forse, funziona nello stesso modo.

Non quella gridata perché in quel momento tutti stanno gridando.

Non quella che dura il tempo di un post condiviso.

Parlo di quella che cambia, anche poco, il modo in cui guardiamo ciò che abbiamo intorno.

Indignarsi davvero significa probabilmente non riuscire più a fingere di non aver visto.

E non riguarda soltanto le guerre.

Riguarda la persona seduta sul marciapiede.

Il collega che improvvisamente tace.

Chi lavora accanto a noi e che abbiamo sempre considerato soltanto per il lavoro che svolge.

Chi viene da un Paese del quale conosciamo soltanto quello che abbiamo letto sui giornali.

Riguarda la capacità di fare una domanda.

E anche quella, molto più difficile, di ascoltare la risposta.

Naturalmente non sempre ci riesco.

Quante persone avrò incrociato senza accorgermene?

Quante volte sarò stato troppo preso da me stesso, dal telefono, dal lavoro, da quello che dovevo fare cinque minuti dopo?

Probabilmente molte.

È proprio questo che mi interessa.

Non scrivere un elogio dell’empatia.

Chiedermi se sono ancora capace di esercitarla.

Perché è facile riconoscere l’indifferenza negli altri.

Molto meno accorgersi di quella che lentamente cresce dentro di noi.

Find the River chiude Automatic for the People.

Ogni volta che ci arrivo ho la sensazione che il disco abbia attraversato moltissimo senza aver bisogno di spiegare tutto.

È forse questo che amo tanto di quell’album.

Ha una straordinaria fiducia nelle persone che lo ascoltano.

Non dà ordini.

Non offre soluzioni.

Racconta.

E lascia che qualcosa succeda.

Forse dovremmo provare a fare lo stesso gli uni con gli altri.

Lasciare che le persone raccontino quando vogliono farlo.

Accorgerci quando qualcuno vorrebbe essere ascoltato.

Rispettare quando preferisce restare in silenzio.

E non dimenticare mai che quello che vediamo è soltanto una parte minuscola di ciò che abbiamo davanti.

L’uomo egiziano continuerà a imbiancare quelle pareti.

Quello ucraino farà lo stesso.

Io continuerò a occuparmi dell’accademia.

Domani probabilmente parleremo di tutt’altro.

Ma adesso conosco qualcosa che ieri non conoscevo.

Uno sorride parlando di Salah.

L’altro ha una madre in Germania e due fratelli in Ucraina.

Sono dettagli piccolissimi dentro vite enormi.

Eppure sono bastati.

Forse essere automatic for the people potrebbe significare proprio questo.

Non essere automaticamente buoni.

Non essere automaticamente d’accordo.

Non essere automaticamente disponibili a tutti.

Sarebbe impossibile.

Ma essere automaticamente curiosi dell’essere umano che abbiamo davanti.

Ricordarsi, prima dell’etichetta, che lì dentro c’è qualcuno.

Una persona.

People.

 

 

 

 

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