«L’amore è una patologia.»
È una frase degli Afterhours, in Ci sono molti modi, e ha qualcosa di fastidioso.
Non perché sia particolarmente rivoluzionario sostenere che l’amore faccia male. Su quello abbiamo costruito secoli di poesie, romanzi, film e una quantità imbarazzante di canzoni.
È la parola patologia a cambiare tutto.
Una patologia non è semplicemente qualcosa che provoca dolore. È qualcosa che altera un equilibrio, modifica il funzionamento normale di un organismo, produce sintomi.
E improvvisamente alcune parole che siamo abituati ad associare all’amore assumono un significato diverso.
Ossessione.
Dipendenza.
Bisogno.
Paura.
Perdita di controllo.
Dette dentro una canzone d’amore sembrano quasi romantiche.
Togli la musica e fanno un altro effetto.
Gli Afterhours abitano da sempre questo territorio. Non raccontano quasi mai l’amore come un luogo sicuro nel quale ripararsi. Nei loro testi ci sono pelle, veleno, ferite, corpi, colpa, fame, desiderio. E nella musica c’è spesso la stessa tensione: qualcosa può cominciare quasi sottovoce e trasformarsi in rumore, distorsione, urlo.
Come se ciò che non riesce più a essere contenuto dalle parole dovesse necessariamente passare attraverso il suono.
Forse è questo il loro buio.
Non l’assenza di luce.
La parte delle cose che preferiremmo non vedere.
Voglio una pelle splendida contiene già nel titolo un’idea meravigliosa.
La pelle è la superficie.
Protegge quello che abbiamo dentro e, contemporaneamente, è il punto attraverso il quale sentiamo il mondo.
Negli Afterhours il corpo non è quasi mai neutrale. Diventa il luogo nel quale quello che proviamo lascia una traccia.
E in quella canzone compare una tentazione quasi assurda: riuscire finalmente a essere superficiali.
Non stupidi.
Superficiali nel senso letterale.
Restare sulla pelle.
Non dover scendere continuamente sotto, dove tutto diventa più complicato.
Perché c’è un momento in cui la profondità smette di essere una qualità e comincia ad assomigliare a una condanna.
Sentire troppo.
Pensare troppo.
Interpretare troppo.
Forse una pelle splendida servirebbe anche a questo: a non mostrare sempre quello che sta accadendo sotto.
Con La vedova bianca la faccenda si fa ancora più scomoda.
Non c’è più soltanto qualcuno che soffre per qualcun altro.
C’è il riconoscimento.
Due persone possono attrarsi non soltanto per quello che hanno di luminoso, ma per qualcosa di sbagliato che riconoscono reciprocamente.
È un pensiero disturbante.
Preferiamo immaginare l’amore come l’incontro fra due metà che finalmente si completano. Gli Afterhours sembrano suggerire una possibilità meno rassicurante: qualche volta ci riconosciamo proprio nelle crepe.
Non perché vogliamo soffrire.
Perché una ferita conosce molto bene il linguaggio di un’altra ferita.
Ed è qui che la parola patologia comincia a diventare davvero interessante.
Due persone possono essere compatibili anche nelle parti di loro che non funzionano.
Forse soprattutto in quelle.
Rapace sposta ancora lo sguardo.
Perché sarebbe troppo facile immaginare sempre l’amore patologico come qualcosa che subiamo.
L’altro ci ferisce.
L’altro ci confonde.
L’altro entra nella nostra vita e distrugge un equilibrio.
Ma il desiderio può essere anche predazione.
Possiamo essere noi a invadere.
A chiedere troppo.
A confondere il bisogno con il diritto di avere.
La cosa interessante degli Afterhours è che raramente distribuiscono le parti con precisione.
Non c’è sempre una vittima e un colpevole.
Uno che ama e uno incapace di amare.
Uno che fugge e uno che insegue.
Le posizioni cambiano.
Si contaminano.
Come accade spesso nella realtà, dove possiamo essere feriti e nello stesso momento ferire.
Forse il buio comincia proprio quando diventa impossibile stabilire da quale parte stiamo.
Dentro Marilyn ha qualcosa di radioattivo.
La parola mi sembra giusta perché suggerisce insieme attrazione e pericolo.
Ci sono cose dalle quali sappiamo che sarebbe prudente mantenere una certa distanza e che proprio per questo esercitano una forza quasi irresistibile.
È una delle contraddizioni più antiche del desiderio.
Se fossimo davvero razionali, molte storie d’amore non comincerebbero neppure.
Ed è curioso quanto il nostro linguaggio romantico celebri continuamente la perdita di razionalità.
Perdere la testa.
Impazzire d’amore.
Non riuscire a pensare ad altro.
Avere bisogno di qualcuno.
Morire senza di lui.
Espressioni che utilizziamo per descrivere il massimo dell’intensità sentimentale e che, osservate da una distanza sufficiente, assomigliano parecchio a un referto.
Prince avrebbe probabilmente trasformato tutto questo in sesso e seduzione.
Gli Afterhours lo portano in una stanza molto meno confortevole.
Lì dentro desiderio e disagio possono essere la stessa cosa.
Anche Ballata per la mia piccola iena non concede molte vie di fuga.
Persino l’idea che l’amore debba proteggerci dalla solitudine viene messa in discussione.
Ci sono relazioni capaci di produrre una solitudine più profonda di quella che esisteva prima.
E anche questo è un paradosso abbastanza feroce.
Essere soli è una condizione.
Sentirsi soli mentre qualcuno dovrebbe esserci diventa una domanda.
Cosa manca?
Chi manca?
E soprattutto: manca davvero qualcosa nell’altro o siamo noi a chiedergli di riempire uno spazio che nessun altro potrebbe occupare?
Gli Afterhours non danno una risposta.
Fortunatamente.
Le canzoni migliori raramente lo fanno.
Forse per questo Quello che non c’è è una delle loro canzoni più importanti.
Perché a un certo punto il problema non è più soltanto ciò che abbiamo.
È ciò che immaginiamo.
Quello che manca.
Quello che avrebbe potuto esserci.
Le vite possibili che costruiamo nella testa e che qualche volta diventano più reali della realtà.
È difficile rinunciare a qualcosa che abbiamo amato.
Ma può essere ancora più difficile rinunciare a qualcosa che avremmo potuto amare.
La realtà possiede almeno un limite.
L’immaginazione no.
Ed è forse questa una delle forme più sottili della patologia: continuare a nutrire qualcosa proprio perché non ha mai avuto la possibilità di essere completamente verificato.
Gli Afterhours hanno scritto moltissimo sull’amore senza trasformarlo quasi mai in consolazione.
È amore carnale, sbagliato, desiderato, respinto, ossessivo, violento, tenero, ridicolo.
A volte tutto contemporaneamente.
Ed è probabilmente per questo che quelle canzoni continuano a disturbare.
Non permettono di separare con comodità le emozioni sane da quelle malate.
Del resto siamo noi stessi a celebrare da sempre alcune caratteristiche che, in un altro contesto, ci preoccuperebbero.
Non dormire.
Non riuscire a concentrarsi.
Pensare continuamente a qualcuno.
Aspettare un messaggio.
Interpretare un silenzio.
Idealizzare.
Temere la perdita.
Se c’è una chitarra sotto, chiamiamo tutto questo passione.
Senza chitarra, qualche dubbio viene.
Eppure sarebbe triste concludere che la soluzione sia amare con prudenza.
Misurare.
Controllare.
Proteggersi abbastanza da non correre mai il rischio di perdere l’equilibrio.
Non credo che gli Afterhours lo suggeriscano.
Non credo neppure che suggeriscano il contrario.
Stanno nel punto più interessante.
Sul confine.
Quello in cui qualcosa può farci sentire straordinariamente vivi e contemporaneamente cominciare a consumarci.
Forse per questo Hai paura del buio? è un titolo così perfetto.
Perché il problema non è evitare il buio.
Una parte di noi ci entrerà comunque.
Per desiderio, curiosità, bisogno, amore.
La questione è capire cosa succede mentre siamo lì dentro.
E quando la luce si spegne, riuscire ancora a riconoscere la nostra faccia.
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