A un concerto succede una cosa strana.
Puoi essere in mezzo a cinquantamila persone, stretto tra sconosciuti, con tutti che cantano la stessa canzone, le luci accese, il palco davanti, e sentirti completamente solo.
Non solo.
Solo.
Sono due cose molto diverse.
Ho visto centinaia di concerti e quella sensazione la conosco bene. Intorno a me c’è un oceano di persone, ma quando parte una canzone alla quale sono particolarmente legato rimaniamo soltanto io e lei.
Gli altri stanno ascoltando la stessa musica.
Ma non stanno ascoltando la mia stessa canzone.
Perché dentro ci sono ricordi che conoscono soltanto me, luoghi nei quali loro non sono mai stati, persone che non hanno incontrato, momenti che appartengono alla mia vita.
Forse è per questo che musica e solitudine vanno così d’accordo.
Ci pensavo ascoltando So Lonely dei Police.
Una canzone sulla solitudine che ha ben poco di solitario. Corre, salta, ha quel reggae nervoso dei primi Police, viene voglia di cantarla. Sting continua a dichiararsi solo mentre la musica sembra voler fare esattamente il contrario.
E mi sono chiesto quante solitudini diverse abbia raccontato la musica.
Probabilmente infinite.
Perché essere soli è una delle poche esperienze che prima o dopo facciamo tutti. Ma non la facciamo tutti allo stesso modo.
E soprattutto non la facciamo sempre allo stesso modo.
Eleanor Rigby è sola.
Terribilmente sola.
I Beatles raccontano persone che sembrano vivere ai margini dello sguardo degli altri. Esistono, fanno cose, attraversano giornate, e quasi nessuno se ne accorge.
Quella non è la solitudine che cerchiamo.
È quella che capita.
Quella che pesa.
Quella nella quale vorresti che qualcuno aprisse la porta.
David Bowie spedisce invece Major Tom nello spazio.
All’inizio Space Oddity ha quasi il fascino della partenza. La Terra si allontana, tutto diventa piccolo, lontano, silenzioso.
C’è persino qualcosa di meraviglioso in quella distanza.
Finché la distanza diventa troppa.
È una linea sottile.
Allontanarsi dal rumore può essere libertà.
Allontanarsi abbastanza può diventare isolamento.
E non serve neppure andare nello spazio.
In Quelli che benpensano di Frankie hi-nrg mc di persone ce ne sono fin troppe. Relazioni, apparenze, successo, convenienze, competizione. Una società affollatissima nella quale si può essere profondamente soli.
Forse perché il contrario della solitudine non è necessariamente avere qualcuno accanto.
Puoi sentirti solo in una stanza piena.
E puoi sentirti perfettamente bene camminando da solo per una città che non è la tua.
A me è successo.
Tra i ricordi che associo alla felicità ce n’è uno stranamente semplice. Ero ad Amsterdam, durante un viaggio. Camminavo da solo per le strade senza una destinazione particolare.
Non stavo aspettando nessuno.
Non mi mancava nessuno.
Non avevo bisogno che succedesse qualcosa.
Camminavo.
Ed ero felice.
Mi diverte che esista anche una canzone dei Coldplay che si chiama Amsterdam, perché racconta tutt’altro tipo di solitudine. Ma forse è giusto così. I luoghi, come le canzoni, non significano la stessa cosa per tutti.
Quel ricordo per me significa libertà.
Non l’idea adolescenziale del “non ho bisogno di nessuno”.
Non sarebbe nemmeno vera.
Ho bisogno degli altri.
Mi capita di sentirmi solo. Mi capita di desiderare compagnia, una voce, qualcuno con cui dividere una serata o semplicemente una cosa successa durante il giorno.
E mi capita, altrettanto sinceramente, di desiderare che per un po’ non ci sia nessuno.
Siamo fatti male.
O forse siamo fatti benissimo.
Abbiamo bisogno di condividere e abbiamo bisogno di sottrarci.
La musica conosce bene entrambe le cose.
È fatta per stare insieme. Un concerto ne è forse la dimostrazione più evidente: migliaia di sconosciuti che per due ore respirano quasi allo stesso ritmo.
Ma alcune delle mie esperienze musicali preferite avvengono quando sono solo.
Mettere una canzone.
Alzare il volume.
Cantare.
Cantare da soli è una delle forme di libertà più sottovalutate che esistano.
Non importa essere intonati. Non importa ricordarsi perfettamente le parole. Non c’è un pubblico, non c’è niente da dimostrare, nessuno che debba approvare.
La musica, in quel momento, non la stai condividendo.
La stai abitando.
Forse anche la creatività ha bisogno di qualcosa del genere.
Springsteen, prima di diventare lo Springsteen degli stadi e di Born in the U.S.A., attraversò il territorio spoglio di Nebraska.
Una stanza.
Un registratore a quattro piste.
Una voce, una chitarra, un’armonica.
Quasi niente.
Il film dedicato a quel periodo racconta bene quella necessità di sottrarsi, di abbassare il rumore per riuscire a sentire qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto nascosto.
Poco dopo sarebbe arrivata l’esplosione.
Forse non è una contraddizione. A volte abbiamo bisogno di stare soli proprio per capire con che cosa vogliamo tornare dagli altri.
Il problema nasce quando quella porta non riusciamo più ad aprirla.
Quando la solitudine smette di essere una stanza nella quale siamo entrati e diventa un posto dal quale non sappiamo uscire.
È per questo che non riesco a farne un elogio.
Sarebbe facile raccontare quanto sia meraviglioso imparare a bastarsi.
Ma non credo che sia vero.
O almeno, non sempre.
Fango di Jovanotti contiene una frase che mi piace da sempre:
«Non sono solo anche quando sono solo.»
Mi sembra molto più interessante di “sto bene da solo”.
Perché non parla di autosufficienza.
Non dice che gli altri non servono.
Dice quasi il contrario.
Possiamo essere fisicamente soli e continuare a sentirci legati al mondo.
A persone.
A luoghi.
A quello che abbiamo vissuto.
Alla musica.
Forse è questo che distingue la solitudine dall’isolamento.
Molti anni fa ero nel deserto della Namibia.
A un certo punto spensero il generatore.
Le luci scomparvero.
Rimase soltanto una piccola luce lontana e sopra di me comparve un cielo che non ho più visto in nessun’altra parte del mondo.
Non volevo rientrare.
Rimasi fuori a guardarlo.
Non ricordo quanto.
Non c’era musica.
Nessuna canzone da associare a quel momento.
Niente cuffie, niente palco, niente colonna sonora.
Soltanto il buio, il deserto e quel cielo smisurato.
Ero solo.
Ed era esattamente dove volevo essere.
Forse la solitudine è anche questo: una condizione che cambia significato a seconda di come ci siamo arrivati.
La stessa stanza può essere rifugio oppure prigione.
Lo stesso silenzio può essere pace oppure assenza.
La stessa sera possiamo desiderare che il telefono non suoni e, un’ora dopo, sperare che qualcuno ci chiami.
Non c’è niente da risolvere.
Siamo esseri strani: abbiamo bisogno degli altri per riconoscerci e ogni tanto abbiamo bisogno che gli altri si allontanino per riuscire a sentirci.
La musica riesce a fare entrambe le cose.
Può metterci in mezzo a cinquantamila persone e lasciarci soli con una canzone.
Può trovarci soli in una stanza e farci sentire parte di qualcosa di enorme.
Forse è per questo che continuiamo ad ascoltarla.
Perché sa farci compagnia senza interrompere il silenzio.
E qualche volta basta.
Una canzone.
Una stanza.
O niente.
Soltanto restare per qualche minuto a guardare in alto.
Sotto un cielo di stelle e di satelliti
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