Soundtrack

Pubblicato il 27 settembre 2026 alle ore 15:19

Le prime note sono quasi impercettibili.

Un pianoforte. Poche note, sempre le stesse. Poi qualcosa comincia a crescere. Entra l’orchestra, il suono diventa più grande, prende spazio. Continua a salire finché sembra che debba succedere qualcosa.

E invece non succede niente.

È Time, di Hans Zimmer.

Ogni volta che la ascolto penso che “colonna sonora” sia quasi una definizione riduttiva. Perché Time non sta dietro a Inception. Non accompagna semplicemente delle immagini.

Le cambia.

Hans Zimmer per me è un genio. Uno di quei musicisti capaci di scrivere un’emozione prima ancora di sapere quale emozione proverà chi ascolta.

Con Inception ha lavorato sul tempo, sulla memoria, sul sogno. Con Interstellar è riuscito quasi a dare un suono all’immensità. Spazio, distanza, solitudine. Un organo che sembra respirare davanti a qualcosa di troppo grande per essere contenuto in un’inquadratura.

E dentro Inception c’è anche la chitarra di Johnny Marr.

La chitarra degli Smiths dentro la musica di Hans Zimmer.

Due mondi che nella mia discografia potrebbero stare lontanissimi e che improvvisamente si incontrano.

Forse è questo che mi ha sempre affascinato delle colonne sonore. Prendono una musica e le danno un’immagine.

Oppure prendono un’immagine e le danno un suono.

A volte fanno entrambe le cose così bene che dopo diventa impossibile separarle.

Provate a togliere Vangelis da Blade Runner.

Io non ci riesco.

Blade Runner Blues è la pioggia incessante, il buio, le luci riflesse sull’asfalto, quella Los Angeles del futuro immaginata nel 1982.

Ma per me è anche il 1982. Ed è questa la cosa straordinaria.

Vangelis aveva scritto la musica di un futuro che ancora non esisteva. Oggi ascolto quella musica e torno nel passato, a quando quel futuro lo guardavo per la prima volta.

Una musica che mi porta contemporaneamente nel futuro di un film e nel passato della mia vita.

Non male come macchina del tempo.

Anni dopo Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch avrebbero raccolto quell’eredità per Blade Runner 2049. Un compito quasi impossibile: entrare in un mondo al quale un altro musicista aveva già dato un suono.

Perché alcune colonne sonore, a un certo punto, non appartengono più soltanto al film.

Diventano il film.

Ho preso la musica di John Barry e me la sono portata dietro nei miei viaggi. È diventata la colonna sonora di paesaggi che lui non aveva mai visto attraverso i miei occhi.

Journey to Fort Sedgewick, da Balla coi lupi, per me è spazio.

Solo che quelle immagini non sono più quelle del film.

Sono le mie.

 

Altre musiche riescono addirittura a scappare dal film.

He’s a Pirate nasce con Pirati dei Caraibi, ma per me è anche il ricordo di un progetto del mio amico Gigi Tagliapietra: ragazzi provenienti da paesi diversi riuniti in un’orchestra per suonarla insieme.

Una musica scritta per un’avventura immaginaria che finisce per crearne una vera.

Possiamo non parlare di Bond ?

007 è quasi un genere musicale a sé.

Mi ha sempre incuriosito il fatto che alcune canzoni scritte per Bond mi piacciano moltissimo anche quando appartengono ad artisti che normalmente non ascolto.

Adele con Skyfall.

Billie Eilish con No Time to Die.

Non seguo particolarmente né l’una né l’altra, eppure trovo quelle due canzoni straordinarie.

Forse perché per qualche minuto non sono semplicemente canzoni di Adele o Billie Eilish.

Sono Bond.

Eleganza, pericolo, sensualità, ombra. Entrano in un universo che esisteva molto prima di loro e riescono ad appartenergli senza perdere la propria identità.

E in No Time to Die il cerchio per me diventa quasi perfetto: Hans Zimmer firma la musica del film, partecipa all’orchestrazione della canzone e alla chitarra ricompare Johnny Marr.

Zimmer. Bond. Billie Eilish. Johnny Marr.

La musica ha questo brutto vizio: se provi a dividerla in cassetti, prima o poi trova il modo di uscire.

Ma c’è un problema.

Noi non viviamo dentro un film.

Quando sono andato in Scozia nessuno aveva assunto Hans Zimmer per occuparsi della musica.

C’era un jukebox.

E dentro quel jukebox continuavano a passare Bette Davis Eyes di Kim Carnes, Ashes to Ashes di David Bowie, Brass in Pocket dei Pretenders.

Non erano state scelte per me. Erano semplicemente lì.

Eppure oggi basta che ne parta una e sono di nuovo in Scozia.

Non devo cercare il ricordo, ricostruire l’anno, pensare a dove fossi.

La musica preme play anche sulle immagini.

Con gli anni del Tenax succede la stessa cosa.

Cure, Cult, Smiths, Eurythmics, Siouxsie and the Banshees, Neon.

Non ho bisogno di raccontare di nuovo quel posto. Mi bastano certi suoni.

Una luce. Una strobo. Una sala.

E sono lì.

E dove associo direttamente musica e luoghi '

A Cuba la musica era diventata il luogo.

Hasta Siempre, Comandante sembrava essere ovunque.
La sentivi nei locali, per strada, nelle voci delle persone. Non era soltanto una canzone. Era parte dell'isola, della sua storia, della sua identità.

Oggi mi basta sentirla e non ricordo soltanto l'isola.

Ricordo le facce. Gli odori. I negozi. Le voci.

L’orgoglio con cui veniva cantata.

È impressionante quante cose possano stare dentro pochi minuti di musica.

Ed è qui che cinema e vita finiscono per assomigliarsi.

Nel cinema qualcuno decide quale musica mettere sopra una scena.

Nella vita quasi mai.

La colonna sonora della nostra vita non la scegliamo mentre la stiamo vivendo. La riconosciamo dopo.

Una radio accesa. Un jukebox. Una discoteca.

Una canzone ascoltata durante un viaggio.

Non sappiamo che in quel momento stiamo registrando qualcosa.

Passano gli anni.

Bastano tre note.

E l’archivio si apre.

Forse per questo la colonna sonora della nostra vita non è necessariamente composta dalle canzoni che amiamo di più.

È fatta anche di quelle che la vita ha messo nel posto giusto al momento giusto.

Alcune musiche ci riportano in un luogo.

Altre non ci riportano da nessuna parte: ci hanno insegnato come guardarlo.

Journey to Fort Sedgewick mi ha insegnato lo spazio.

Vangelis mi ha insegnato che anche il futuro può avere nostalgia.

Zimmer che il tempo può avere un suono.

E quel jukebox scozzese che non siamo sempre noi a decidere quali canzoni diventeranno importanti.

Qualche volta decide la vita.

Forse una colonna sonora è semplicemente questo:

un posto dove la memoria può andare ad abitare.

Nel cinema la musica serve anche a farci credere che quello che stiamo guardando sia vero.

Nella vita succede qualcosa di diverso.

Passano gli anni. Le immagini perdono definizione. I luoghi cambiano. Noi cambiamo.

Poi parte una musica.

E improvvisamente tutto torna a fuoco.

La pioggia di Blade Runner.

Lo spazio di John Barry.

Un jukebox in Scozia.

Le luci del Tenax.

Le strade di Cuba.

Tre note possono contenere quarant’anni.

Il cinema usa la musica per farci credere che una scena sia vera.

La vita la usa per ricordarci che lo è stata davvero.

 

 

 

 

 

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