Dal mondo son tornato sempre vivo

Pubblicato il 25 settembre 2026 alle ore 20:08

Ogni tanto succede.

Ascolti una canzone che conosci da anni e improvvisamente hai la sensazione che qualcuno l’abbia scritta per te.

Non perché racconti qualcosa che ti è successo.

Peggio.

Perché racconta te.

Ho ancora la forza l’ha scritta Francesco Guccini. Poi Luciano Ligabue l’ha presa, modificata, fatta sua. Ed è nella sua versione che io, a un certo punto, ho cominciato a riconoscermi.

Non in una strofa.

Non in una frase.

Quasi dappertutto.

La ascolto e penso che ci sia dentro una parte imbarazzante della mia vita.

Quella passata.

E, cosa ancora più inquietante, probabilmente anche quella che deve ancora arrivare.

A cominciare da una frase.

Dal mondo son tornato sempre vivo.

Non dice vincitore.

Non dice indenne.

Non dice migliore.

Dice vivo.

Mi piace questa precisione.

Perché dal mondo si torna in molti modi.

Qualche volta con qualcosa in più. Qualche volta con parecchio in meno. Si torna con cicatrici che gli altri vedono e altre che conosci soltanto tu. Si torna dopo aver vinto, dopo aver perso, dopo essere stati amati, lasciati, applauditi, dimenticati.

Qualche volta si torna senza aver capito assolutamente niente.

Ma vivi.

Io dal mondo sono tornato molte volte.

E non parlo soltanto di viaggi.

Sono uscito convinto di sapere dove stessi andando e sono tornato da tutt’altra parte. Ho costruito cose che pensavo sarebbero durate per sempre e ne ho viste finire alcune che avrei voluto continuassero. Ho incontrato persone che hanno cambiato la mia vita e altre alle quali, probabilmente, ho cambiato qualcosa io.

Ho avuto paura.

Ho fatto cose bellissime.

Ho fatto cazzate memorabili.

E sono tornato.

Sempre vivo.

La cosa interessante è che essere tornati vivi non significa necessariamente essere diventati più saggi.

Per fortuna.

Perché poco dopo la canzone mette sul tavolo un’altra frase nella quale faccio persino più fatica a non riconoscermi: gli sbagli che, per un motivo o per l’altro, so rifare.

Questa mi fa sorridere.

Perché ci raccontiamo spesso che dagli errori si impara.

Certo.

Il problema è che qualche volta impariamo benissimo e li rifacciamo lo stesso.

Ci fidiamo ancora.

Ci entusiasmiamo troppo.

Diciamo sì quando avevamo deciso che avremmo detto no.

Ci buttiamo in qualcosa sapendo perfettamente che potrebbe farci male.

Diamo un’altra possibilità.

Ci innamoriamo delle persone, delle idee, dei progetti. E qualche volta anche delle nostre illusioni.

Non so se sia sempre stupidità.

Comincio a pensare che alcuni errori siano semplicemente il prezzo del nostro carattere.

Per evitare di rifarli dovremmo togliere da noi anche la parte che li rende possibili.

E non sono sicuro che mi interessi.

Forse avere ancora la forza significa anche questo.

Essere ancora abbastanza vivi da poter sbagliare di nuovo.

Naturalmente sarebbe molto comodo fermarsi qui.

Io sono fatto così, prendete o lasciate.

Ma la canzone non me lo permette.

Perché a un certo punto parla della forza di chiedere scusa.

E questa è un’altra faccenda.

Chiedere scusa significa riconoscere che non tutte le cicatrici sono quelle che ci hanno lasciato gli altri.

Qualcuna l’abbiamo lasciata noi.

Non sempre siamo stati dalla parte giusta della storia.

Non sempre abbiamo capito.

Non sempre abbiamo ascoltato.

Non sempre siamo riusciti a essere quello che qualcuno avrebbe avuto bisogno che fossimo.

E ci vuole forza anche per questo.

Forse più che per avere ragione.

Subito dopo arriva un’immagine che adoro: giocare fuori casa.

Lì non conosci perfettamente il campo.

Il pubblico non è il tuo.

Non puoi decidere le regole.

Puoi perdere.

Ma giochi.

Mi accorgo che molte delle cose migliori che mi sono successe sono cominciate proprio così: entrando in un posto nel quale non avevo alcuna certezza di vincere.

Qualche volta ho vinto.

Qualche volta no.

Ma ero in campo.

E poi c’è una promessa che oggi mi interessa più di tante dichiarazioni solenni: garantire la propria parte.

Non il risultato.

La parte.

Non posso garantire che le cose andranno bene.

Non posso promettere che non sbaglierò.

Sarebbe piuttosto imprudente, considerando quanto abbiamo appena stabilito.

Non posso garantire che vincerò la partita.

Ma posso garantire che ci sarò.

La mia parte, quella sì.

Poi la canzone entra in un territorio dove, inevitabilmente, prima o poi entriamo tutti.

Gli amici andati.

Arriva un momento in cui cominci a fare la conta.

Non serve mettere qui i nomi.

Io conosco i miei.

Chi legge conosce i propri.

Mi piace enormemente che, davanti a quella conta, la canzone non scelga una parola definitiva.

Niente addio.

Soltanto:

ci vediamo più tardi.

È una delle frasi più leggere che si possano usare per dire una delle cose più pesanti.

Non cancella l’assenza.

Non la rende meno dolorosa.

Semplicemente rifiuta di trasformarla nell’ultima parola.

E forse anche questo significa tornare dal mondo vivi.

Accorgersi che qualcuno, dal mondo, non è tornato con noi.

Portarlo dietro.

E continuare.

Poi c’è una camicia.

Una semplice camicia.

E forse è l’immagine che mi somiglia più di tutte.

La forza di farmi trovare da chi mi vuole ancora nei miei panni.

Niente armatura.

Niente costume da sopravvissuto.

Niente versione nuova e migliorata di me stesso.

La mia camicia.

Sono ancora qui.

Sono cambiate molte cose. Ne cambieranno altre. Ho lasciato qualcosa per strada e qualcosa, inevitabilmente, lascerò ancora.

Ma abito ancora qui.

Da me.

Questa cosa per me conta.

Perché dopo essere stati feriti sarebbe facilissimo diventare qualcun altro.

Più prudenti.

Più freddi.

Più diffidenti.

Meno disponibili.

Potremmo chiamarla esperienza.

Qualche volta è soltanto paura con un nome più elegante.

Io invece vorrei continuare a farmi trovare nella mia camicia.

Con le cose che ho imparato e quelle che evidentemente non imparerò mai.

Con gli errori che cercherò di non ripetere e qualcuno che, per un motivo o per l’altro, probabilmente saprò rifare.

Con le persone che ci sono.

Con quelle alle quali continuo a dire ci vediamo più tardi.

Con la capacità di chiedere scusa.

Con qualche partita ancora da giocare fuori casa.

E con la mia parte da garantire.

Forse è per questo che oggi Ho ancora la forza mi sembra quasi imbarazzante da ascoltare.

Non perché racconti la mia storia.

Le canzoni non sanno niente delle nostre storie.

È che ogni tanto qualcuno mette insieme delle parole molti anni prima che noi ne abbiamo bisogno.

E quelle parole aspettano.

Poi arriva un giorno in cui le ascolti e scopri che erano lì.

Per te.

Dal mondo son tornato sempre vivo.

Potrei fermarmi qui.

Ma manca qualcosa.

Perché tornare vivo serve a poco, se poi decidi di non uscire più.

E io ho ancora voglia di uscire.

Di vedere cosa c’è fuori.

Di sbagliare qualcosa.

Di chiedere scusa quando servirà.

Di incontrare persone.

Di perdere qualche partita.

Magari di vincerne qualcuna.

Di fare la mia parte.

E poi, ancora una volta, tornare.

Possibilmente vivo.

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