Think different

Pubblicato il 22 settembre 2026 alle ore 23:23

A casa mia, su uno scaffale, c’è un vecchio Macintosh.

È uno dei primi. È lì da anni e, cosa ancora più sorprendente, funziona ancora. Ogni tanto lo accendo. Compare quella faccina sorridente che per una generazione ha significato qualcosa di molto più grande dell’avvio di un computer.

Io guardo quel piccolo oggetto beige e penso sempre alla stessa persona.

Steve Jobs.

Lo confesso subito: non sono mai stato molto obiettivo con lui.

Per me Steve Jobs è stato una rockstar.

Non metaforicamente. O almeno, non troppo.

Il 9 gennaio 2007 salì sul palco del Macworld di San Francisco per presentare l’iPhone. Ho riguardato quel keynote non so quante volte. E continuo a guardarlo come si riguarda un concerto.

Jeans. Sneakers. Dolcevita nero. Un palco quasi vuoto.

E un pubblico che sa che sta per succedere qualcosa, anche se non sa ancora cosa.

Jobs comincia a costruire l’attesa. Tre prodotti: un iPod widescreen, un telefono rivoluzionario, un dispositivo per Internet.

Li ripete.

Una volta. Due. Tre.

Finché il pubblico capisce.

Non sono tre prodotti.

È uno solo.

L’iPhone.

Applausi, urla. Quasi un riff riconosciuto alle prime note.

Quella mattina Jobs non stava semplicemente presentando un telefono. Stava facendo ciò che fanno le grandi rockstar: teneva migliaia di persone ferme davanti a sé raccontando loro qualcosa che non avevano mai visto prima.

E aveva il senso del tempo.

Della pausa.

Del silenzio.

Soprattutto del silenzio.

Perché forse la cosa che mi ha sempre affascinato di più di Steve Jobs non è quello che ha inventato.

È quello che ha tolto.

Floppy disk. Lettori ottici. Porte. Tastiere. Pulsanti.

Ogni volta sembrava mancasse qualcosa.

Ogni volta qualcuno si incazzava.

Molto rock’n’roll, anche questo.

La sua ossessione per la semplicità non consisteva nel fare cose semplici. Consisteva nel lavorare sulla complessità finché qualcosa poteva essere eliminato.

Ed è qui che, inevitabilmente, nella mia testa entra la musica.

Penso a Night and Day di Joe Jackson.

Un disco del 1982 che amo moltissimo. Pop, jazz, ritmi latini, New York. E dentro manca proprio uno degli strumenti che sembrerebbe impossibile togliere da un disco come quello.

La chitarra.

Jackson la lascia praticamente fuori. E non senti un vuoto.

Senti spazio.

Pianoforti, tastiere, basso, percussioni. Tutto respira diversamente proprio perché qualcosa che ti aspetteresti di trovare non c’è.

Forse la sottrazione funziona così.

Non togli per avere meno. Togli perché quello che rimane possa sentirsi meglio.

Steve Jobs la musica la amava davvero.

Amava soprattutto Bob Dylan. Lo ascoltava ossessivamente da ragazzo, ne collezionava le registrazioni e continuò a citarlo e ascoltarlo per tutta la vita.

Qui però faccio una piccola disobbedienza.

Se devo mettere Dylan in questo post, scelgo io.

Most of the Time.

Non era la canzone preferita di Jobs.

È la mia.

E forse è giusto così.

Poi c’erano i Beatles.

Jobs li considerava un modello persino per il lavoro: quattro persone diversissime capaci di compensarsi, controllarsi, migliorarsi a vicenda, fino a creare qualcosa che nessuno dei quattro avrebbe potuto realizzare da solo.

Non male come idea di azienda.

E neppure come idea di rock band.

Ma il rapporto tra Jobs e la musica non rimase soltanto quello di un ascoltatore.

Nel 2001 tirò fuori dalla tasca un piccolo oggetto bianco.

L’iPod.

Mille canzoni in tasca.

Oggi sembra archeologia tecnologica. Allora era fantascienza.

Per chi aveva passato una vita a scegliere quali cassette, quali CD, quali dischi portarsi dietro, improvvisamente la domanda cambiava.

Non più: quale musica porto con me?

Ma: perché non portarmela tutta?

Qualche anno dopo, su quel palco che continuo a riguardare come un concerto, anche l’iPod sarebbe finito dentro qualcos’altro.

Tre oggetti diventavano uno.

Ancora sottrazione.

Ed è probabilmente qui che Steve Jobs smette di essere il protagonista di questo post.

Perché per gran parte della mia vita io ho fatto esattamente il contrario.

Ho aggiunto.

Lavoro. Progetti. Responsabilità. Persone. Viaggi. Oggetti. Impegni. Idee. Appuntamenti. Cose da fare.

Abbiamo persino una parola rassicurante per tutto questo.

Crescere.

Crescere significa aggiungere.

O almeno così pensiamo.

Adesso comincio a sospettare che crescere possa significare anche imparare a fare il contrario.

Togliere.

Non per ritirarsi dalla vita.

Per sentirla meglio.

Che cosa succederebbe se provassimo a trattare la nostra vita come Jobs trattava uno dei suoi prodotti?

Questo serve ancora?

Questo impegno lo voglio davvero o non ho semplicemente avuto il coraggio di dire di no?

Questa versione di me mi assomiglia ancora?

Domande pericolose.

Perché finché parliamo del lettore ottico di un computer siamo tutti filosofi.

Quando devi togliere qualcosa dalla tua vita diventa parecchio più complicato.

Eppure una vita piena e una vita affollata non sono affatto la stessa cosa.

Forse ho bisogno di meno cose per avere più spazio.

Meno rumore per ascoltare meglio.

Meno obblighi per scegliere quelli che voglio assumermi.

Meno persone, magari, ma più tempo per quelle alle quali voglio davvero bene.

Meno bisogno di dimostrare.

Meno paura degli spazi vuoti.

Esiste una fotografia famosa di Steve Jobs, scattata nel 1982 nella sua casa di Woodside.

È seduto sul pavimento.

La stanza è quasi vuota. Una lampada Tiffany, un impianto stereo, alcuni dischi. Poco altro.

Mi ha sempre colpito.

Non perché abbia intenzione di liberare casa mia dai mobili. E soprattutto nessuno provi ad avvicinarsi alla mia musica con l’idea di applicare la teoria della sottrazione.

Ci sono limiti anche alla filosofia.

Ma perché quell’immagine contiene una domanda che oggi mi interessa moltissimo:

quanto poco basta, se quello che rimane è quello giusto?

Forse per questo Think Different mi è sempre sembrato molto più di uno slogan pubblicitario.

Quelle due parole contenevano qualcosa che Jobs cercava continuamente di fare.

Guardare un oggetto che tutti conoscevano e chiedersi perché dovesse necessariamente essere fatto così.

Un computer.

Un lettore musicale.

Un telefono.

Togliere qualcosa.

Spostare qualcosa.

Ricominciarlo.

E sopportare per un po’ che gli altri pensassero che fosse una pessima idea.

Non sempre aveva ragione, naturalmente.

E Steve Jobs era tutt’altro che un santo. Poteva essere ossessivo, arrogante, brutale. Il perfezionismo che produce cose straordinarie può essere molto meno affascinante per chi deve conviverci.

Anche le rockstar, viste dal backstage, sono spesso parecchio meno romantiche.

Forse è un altro motivo per cui continuo a considerarlo una di loro.

A casa mia quel Macintosh è ancora sullo scaffale.

Quando torno a Firenze potrei accenderlo di nuovo.

Probabilmente farà pochissime delle cose che oggi considero indispensabili.

Ma forse mi ricorderà qualcosa che mi serve più di tutte le funzioni che abbiamo aggiunto in quarant’anni.

Per rendere migliore qualcosa non bisogna sempre aggiungere.

Una canzone può fare a meno di una chitarra.

Un computer può fare a meno di un lettore.

Una stanza può fare a meno di quasi tutti i mobili.

E forse anche una vita può smettere di essere costruita soltanto per accumulo.

Non so ancora cosa voglio togliere.

Qualcosa ho già cominciato a toglierlo.

Il resto lo scoprirò.

Ma credo di aver capito cosa vorrei ottenere.

Non una vita più piccola.

Una vita con più spazio.

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