Quarta vita

Pubblicato il 17 settembre 2026 alle ore 22:19

Oggi è cominciata la mia quarta vita.

Non ho intenzione di raccontarvi le altre tre.
E, a pensarci bene, non sono nemmeno sicuro di sapere esattamente dove sia finita una e dove sia cominciata l’altra.

So però che questa è iniziata oggi.

La parola che continua a tornarmi in testa è una sola.

Libertà.

Il problema è che non sono più così sicuro di sapere cosa significhi.

Per molto tempo ho pensato alla libertà come a qualcosa che si conquista. Uno spazio che prima non avevi e che finalmente diventa tuo. La possibilità di decidere dove andare, cosa fare, con chi stare. Nessuno che ti trattiene, nessuno che sceglie al posto tuo.

Quando quello spazio ce l’hai davvero, però, cambia la prospettiva.

La libertà è molto più complicata vista da dentro.

Nella mia testa, stasera, comincia con le prime note di Where the Streets Have No Name.

Prima l’organo. La chitarra di The Edge sembra arrivare da lontano, quasi esitante. Il basso, la batteria. La canzone si allarga lentamente, come se avesse bisogno di costruirsi davanti un orizzonte abbastanza grande prima di mettersi in viaggio.

Dove le strade non hanno nome.

Mi è sempre sembrata un’immagine bellissima. Oggi mi sembra qualcosa di più.

I nomi servono a orientarci. Ci dicono dove siamo, da dove veniamo. Qualche volta finiscono persino per suggerirci dove dovremmo andare.

Passiamo buona parte della vita a dare nomi alle cose.

Lavoro, famiglia, amore, responsabilità, casa, successo, fallimento, futuro.

Cartelli stradali. Alcuni li abbiamo messi noi, altri erano già lì quando siamo arrivati.

A un certo punto i cartelli possono finire.

Magari lo hai desiderato per anni.

Ed eccoti lì.

Libero.

Solo che, se le strade non hanno nome, non c’è neppure un cartello che ti dica quale prendere.

Where Do You Think You’re Going?

La chitarra di Mark Knopfler non ha bisogno dell’orizzonte sconfinato degli U2. È più scura, intima. E la domanda è quasi fastidiosa nella sua semplicità.

Dove credi di andare?

Non ne ho idea.

Essere liberi di partire non significa sapere dove andare. Abbiamo questa strana convinzione che, una volta tolti gli ostacoli, la direzione debba apparire da sola.

Non funziona così.

A volte davanti c’è semplicemente spazio.

Può essere meraviglioso.

Può fare anche paura.

Steppin’ Out di Joe Jackson ha sempre avuto per me il suono esatto del momento in cui smetti di pensarci.

Esci.

Quella tastiera, il basso sintetico, la notte, le luci della città. Una canzone elegantissima che non ha bisogno di promettere rivoluzioni. Per qualche ora basta lasciare ciò che conosci e andare a vedere cosa succede fuori.

Mi piace pensare che nella libertà ci sia anche questa leggerezza.

Perché se deve essere soltanto responsabilità, paura e rinuncia, viene quasi voglia di restituirla.

C’è anche il piacere di aprire una porta. Di cambiare panorama. Di svegliarsi e non sapere esattamente come sarà la giornata. Di scoprire che puoi ancora sorprenderti.

A qualsiasi età.

Ma uscire non significa potersi portare dietro tutto.

You Can’t Always Get What You Want.

Gli Stones l’avevano messo in un titolo molti anni prima che io cominciassi a capire davvero quanto fosse complicato accettarlo.

Non puoi avere sempre quello che vuoi.

Sembra una banalità. Non lo è affatto.

Ogni scelta contiene una rinuncia.

Se prendi una strada, ne lasci altre. Se parti, qualcosa rimane. Se resti, qualcosa non lo incontrerai mai. E qualche volta due cose che desideri profondamente non possono semplicemente stare nella stessa vita.

È la parte della libertà che raccontiamo meno.

La immaginiamo come un’aggiunta: più possibilità, più spazio, più tempo, più scelte.

E invece spesso funziona per sottrazione.

Finché si tratta di lasciare ciò che non vuoi più, siamo tutti bravissimi.

Il difficile è rinunciare a qualcosa che vorresti ancora.

Un luogo. Una sicurezza. Una possibilità. Una persona. Una versione di te stesso. Un futuro che avevi immaginato e che, da qualche parte, continua persino a piacerti.

Non perché improvvisamente non valga più niente.
Non perché tu debba convincerti che fosse sbagliato.

Semplicemente perché hai scelto qualcos’altro.

Forse è qui che perdere e rinunciare prendono due strade diverse.

Perdere è qualcosa che ti accade.

Rinunciare può essere un atto di libertà.

Fa male lo stesso.

Questa è la fregatura.

A sessantatré anni comincio a sospettare che vivere senza legami non abbia molto a che vedere con l’essere liberi.

Ci sono legami che sceglierei altre mille volte. Affetti e responsabilità senza i quali sarei forse più indipendente, ma certamente meno me stesso.

La libertà non è non appartenere a niente.

Forse è scegliere a cosa appartenere.

Decidere quali legami custodire, quali responsabilità assumersi, quali persone continuare a portare con sé. E cosa, invece, non può più decidere la direzione della nostra vita.

C’è libertà nel dire sì.

Ce n’è moltissima nel dire no.

E forse la più difficile sta nel riuscire a dire: lo vorrei, ma scelgo altro.

Senza trasformare ciò a cui rinunci in qualcosa di brutto per rendere più facile lasciarlo.

Senza cancellarlo.

Senza fingere che non faccia male.

E persino concedendoti, ogni tanto, di avere nostalgia della strada che non hai preso.

La nostalgia non è un biglietto di ritorno.

Questa frase, stasera, me la voglio tenere.

Oggi è cominciata la mia quarta vita.

Non so quanto durerà e non so dove porterà. Non sento neppure il bisogno di darle subito una forma. Per una volta posso permettermi di non conoscere tutta la mappa.

Ho davanti alcune strade.

Qualcuna la conosco. Qualcuna mi incuriosisce. Qualcuna mi fa paura. Alcune non le prenderò mai.

E qualcosa dovrò lasciare indietro.

Non tutto quello che lascerò sarà qualcosa da cui volevo fuggire.

Forse è proprio questo che rende la libertà così diversa da come l’avevo immaginata.

Per molto tempo ho creduto che significasse poter scegliere tutte le strade.

Adesso penso che significhi avere il coraggio di sceglierne una sapendo che non potrai percorrere anche le altre.

Joe Jackson potrebbe dire semplicemente steppin’ out.

Knopfler continuerebbe probabilmente a chiedermi dove diavolo credo di andare.

Gli Stones mi ricorderebbero di non pretendere di avere tutto.

Io, per stasera, resto con gli U2.

Non so ancora dove sto andando.

Ma finalmente posso cercare dove le strade non hanno nome.

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