Nel 1977 i Daisy Jones & The Six pubblicarono Aurora.
Fu il loro capolavoro.
Poco dopo si sciolsero.
Peccato che non sia vero niente.
I Daisy Jones & The Six non sono mai esistiti. Non hanno inciso Aurora negli anni Settanta, non hanno riempito arene, non si sono innamorati tra una sessione e l'altra, non hanno litigato negli studi di registrazione e non hanno passato anni a cercare di spiegare perché, proprio nel momento in cui erano diventati enormi, fosse andato tutto a puttane.
Eppure io Aurora lo ascolto.
E parecchio.
La prima volta che ho visto Daisy Jones & The Six ho praticamente fumato la serie in una sera. Poi l'ho rivista. E poi ancora. È diventata una di quelle serie che ogni tanto rimetto su semplicemente perché mi fa stare bene.
Forse la prima responsabile è Patti Smith.
Parte Dancing Barefoot sui titoli e per me è fatta.
Sono a casa.
Prima ancora che Daisy apra bocca, quel suono mi ha già portato dove vuole portarmi la serie: dentro un'idea degli anni Settanta fatta di rock, eccessi, libertà, creatività, sesso, droghe, piscine, studi di registrazione e gente molto talentuosa che prende decisioni sentimentali catastrofiche.
In pratica, tutti gli ingredienti necessari per fare un grande disco.
Daisy, prima di diventare Daisy Jones, deve però conquistarsi persino il diritto di esserlo.
C'è una madre distante, incapace di riconoscere davvero quello che ha davanti. Ci sono uomini che ascoltano le sue canzoni e pensano che la cosa migliore da fare sia appropriarsene. Ci sono le droghe, gli incontri sbagliati. E c'è Simone, l'amica che invece la vede prima degli altri.
Daisy cerca per un po' qualcuno che le dica che ha diritto di stare lì.
Poi smette di aspettare.
Ed è allora che diventa irresistibile.
Lo capisci definitivamente quando incontra Billy Dunne.
Billy ha scritto Look at Us Now (Honeycomb).
È la sua canzone.
Daisy la ascolta e fa la cosa meno diplomatica possibile.
La cambia.
Non un'aggiustatina. Non una variazione educata.
Mette le mani nelle parole, ne cambia il significato, porta dentro la canzone qualcosa che Billy non aveva previsto.
Lui la prende malissimo.
Lei, naturalmente, se ne frega.
Poi entrano in studio e cantano.
E la cosa maledettamente funziona.
Forse è lì che nascono davvero i Daisy Jones & The Six.
Non quando Daisy entra ufficialmente nel gruppo.
Quando due persone scoprono che il talento dell'altra è insopportabile e indispensabile nello stesso momento.
È una delle cose che amo di più della serie, perché sotto tutta quella meravigliosa finzione c'è qualcosa di tremendamente vero.
Dove c'è creatività c'è passione. Dove c'è passione prima o poi arriva il conflitto.
E non necessariamente è un male.
A volte qualcuno deve entrare nella tua canzone e rovinartela perché diventi migliore.
Poi Look at Us Now esce dallo studio.
E lì c'è un'altra delle scene che adoro.
Daisy la sente partire da un jukebox mentre sta servendo ai tavoli. Gli altri la intercettano alla radio. Fermano delle ragazze per strada per sapere se la conoscono.
È diventata una hit.
Mi piace persino il modo in cui quella canzone diventa famosa.
Un jukebox.
Una radio.
Qualcuno che la sente e la fa ascoltare a qualcun altro.
Niente algoritmo che abbia stabilito che, siccome hai ascoltato Fleetwood Mac, allora potrebbe piacerti anche questa.
Una canzone che viaggia.
E soprattutto una canzone che, una volta uscita dallo studio, non appartiene più a chi l'ha scritta.
Appartiene a chi la ascolta.
Poi arriva il primo concerto nel deserto.
Daisy dovrebbe salire sul palco per una cosa precisa.
Ma Daisy non sembra avere una particolare predisposizione per le cose precise.
Sale.
Canta.
E invece di andarsene resta lì.
Continua a cantare, occupa il palco, invade lo spazio di Billy, si prende il pubblico.
Non aspetta di essere invitata a diventare Daisy Jones.
Lo diventa.
E confesso che a quel punto io ero già follemente innamorato di lei.
O di Riley Keough.
Non sono ancora riuscito a stabilire con certezza dove finisca una e cominci l'altra.
Anche perché qui la realtà decide di partecipare al gioco.
Riley Keough è la nipote di Elvis Presley. Arriva a interpretare una rockstar immaginaria degli anni Settanta senza essere una cantante e finisce per cantare davvero in un disco vero inciso da una band che non è mai esistita.
Provate a rileggerla lentamente.
È meraviglioso.
Ma il momento in cui capisco davvero perché Aurora funziona arriva quando Daisy e Billy cominciano a scrivere insieme.
Si chiudono in una casa con chitarre, fogli, parole.
E scrivendo succede qualcosa.
Le canzoni cominciano a dire quello che loro non riescono a dire.
Fuori dalla musica continuano a proteggersi, a nascondersi, a raccontarsi mezze verità.
Dentro le canzoni molto meno.
È questo che rende così credibile Aurora: sembra un disco scritto da persone che stanno cercando di capire qualcosa di se stesse mentre lo stanno incidendo.
E poi c'è quel momento meraviglioso in cui trovano Let Me Down Easy.
Corrono in studio.
La band comincia a suonare.
Daisy e Billy cantano.
E tutto si incastra.
Dopo tanto conflitto, improvvisamente l'armonia.
Ed è lì che smetti definitivamente di guardare degli attori che interpretano dei musicisti.
Guardi una band.
E pensi:
cazzo, erano bravi questi Daisy Jones & The Six.
Poi ti ricordi che non sono mai esistiti.
Aurora, però, esiste eccome.
Regret Me è praticamente un litigio al quale qualcuno ha avuto l'intelligenza di aggiungere una melodia.
Let Me Down Easy ha talmente tanto Fleetwood Mac dentro che sembra arrivare da qualche bobina dimenticata in uno studio californiano.
The River.
Kill You to Try.
Look at Us Now.
A un certo punto ho smesso di considerarlo la colonna sonora di una serie.
È semplicemente un disco che ascolto.
Naturalmente sopra tutta la storia aleggia il fantasma dei Fleetwood Mac.
È inevitabile.
Rumours, Stevie Nicks, Lindsey Buckingham, amori finiti e persone costrette a salire sullo stesso palco e cantare una davanti all'altra parole che sarebbe stato molto più semplice affidare a un avvocato.
Ma sarebbe un errore fermarsi lì.
Perché Daisy Jones & The Six non racconta soltanto i Fleetwood Mac.
Gioca con un'intera epoca del rock.
Un'epoca in cui la linea tra amore e musica sembrava particolarmente pericolosa.
Grace Slick e Paul Kantner.
George Harrison, Pattie Boyd ed Eric Clapton.
Mick Jagger e Marianne Faithfull.
Musicisti che si innamorano, si lasciano, si tradiscono, competono, scrivono, suonano.
Persone che qualche volta stanno malissimo insieme e proprio per questo riescono a creare qualcosa di straordinario.
È il paradosso che attraversa tutta la serie.
Daisy e Billy non fanno grande musica nonostante il conflitto.
Almeno qualche volta, la fanno grazie al conflitto.
Ad un certo punto Daisy dice a Billy: 'Non saremo amici, ma se dobbiamo fare musica non possiamo ignorarci'
Uno spinge l'altra dove non sarebbe arrivata.
Uno mette in discussione le certezze dell'altra.
Si provocano.
Si irritano.
Si desiderano.
Si riconoscono.
E creano.
Il problema è che l'energia capace di creare qualcosa può essere anche quella capace di distruggerlo.
La stessa tensione che ti fa incidere il tuo disco migliore può rendere impossibile incidere quello successivo.
Forse è per questo che la storia del rock è piena di persone che insieme hanno fatto cose irripetibili e che, a un certo punto, non riuscivano più neppure a stare nella stessa stanza.
E qualche volta va semplicemente tutto a puttane.
Ma intanto hai fatto Aurora.
Intorno a Daisy e Billy, poi, la serie è abbastanza intelligente da ricordarsi che il 1977 non apparteneva soltanto al rock.
C'è Simone.
E improvvisamente cambia tutto.
Cambiano i locali, cambia la notte, cambia il ritmo.
La disco sta esplodendo.
Donna Summer, i Bee Gees, Saturday Night Fever. Un'altra cultura musicale sta occupando le piste da ballo mentre una parte del mondo rock continua probabilmente a guardarla con sospetto.
Ed è bellissimo vedere questi due mondi convivere nella stessa storia.
Laurel Canyon e la pista da ballo.
Le chitarre e il quattro sul pavimento.
Il concerto nel deserto e il club.
Erano anni in cui sembrava che la musica dovesse continuamente scegliere da che parte stare.
Per fortuna non lo ha fatto.
Naturalmente ci sono anche le piscine.
Le feste.
La cocaina.
Le tournée.
Gli alberghi.
Avendo trascorso più di quarant'anni dall'altra parte della reception, sulla mitologia della rockstar che devasta una suite avrei qualche osservazione meno romantica.
Per il musicista è rock'n'roll.
Per l'albergatore è un addebito sulla carta di credito.
E qualche volta, purtroppo, non finisce con un televisore rotto.
La storia del matrimonio di Daisy è forse la parte che amo meno, ma porta a una delle scene più dure: quella dell'overdose in albergo.
Per un attimo la festa perde completamente il fascino.
L'eccesso presenta il conto.
Ed è anche questo parte di quella storia.
Ma ciò che mi fa tornare alla serie non è il lato oscuro.
È il piacere.
Il piacere di vedere una band trovare una canzone.
Di sentire Dancing Barefoot e sapere immediatamente dove sto andando.
Di vedere Daisy salire su un palco senza essere stata invitata.
Billy incazzarsi perché qualcuno ha osato migliorargli una canzone.
Due persone correre in studio perché hanno appena trovato qualcosa e non possono aspettare domani per suonarlo.
Una canzone partire da un jukebox.
Una band diventare famosa.
Un disco prendere forma.
E credo sia proprio questo il motivo per cui Daisy Jones & The Six riesce nel suo trucco.
Non hanno inventato soltanto dei personaggi.
Hanno inventato una memoria musicale.
Oggi posso mettere su Aurora e ricordarmi come è stato registrato.
Posso ricordare le discussioni.
Le prove.
Il deserto.
Le fotografie.
Le radio.
Gli studi.
Posso ricordare perché quella band funzionava.
E posso persino spiegare perché si è sciolta.
Tutto perfettamente normale.
Tranne un piccolo particolare.
Non è successo niente di tutto questo.
Eppure le canzoni sono qui.
Forse è questo che mi diverte più di ogni altra cosa.
Nel 1977 i Daisy Jones & The Six fecero un disco magnifico perché erano pieni di talento, di passione, di desiderio e di conflitti.
Poi, come accade a molte grandi band, quella stessa miscela li fece andare completamente a puttane.
C'è soltanto una differenza.
Le altre band, almeno, sono esistite.
I Daisy Jones & The Six no.
Ma provate a dimostrarmelo.
PS. Se non l'avete vista la serie è ancora su Prime Video, poi mi dite...
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