17 luglio 1993.
Quella sera ero davanti a uno dei concerti più strani, eccessivi e visionari che avessi mai visto.
Lo Zoo TV degli U2 sembrava aver deciso di mettere sul palco tutto quello che normalmente avrebbe dovuto restarne fuori: televisori, interferenze, pubblicità, parole, slogan, immagini che si accavallavano, frammenti di realtà senza una gerarchia apparente.
Non sapevi più bene dove guardare. Era quello il punto.
Avevo trent'anni. Internet, almeno quello che avrebbe cambiato le nostre vite, per me non esisteva. Il telefono serviva per telefonare. Per vedere qualcosa dovevi essere davanti a uno schermo.
E quella sera gli schermi erano tutti lì.
Davanti a me.
Trentatré anni dopo ne porto uno in tasca.
E qualche volta ho la sensazione che gli U2 non avessero costruito uno spettacolo.
Avessero costruito un'anteprima.
Due anni prima avevo comprato Achtung Baby. In CD.
Erano gli anni in cui avevamo cominciato a convincerci che quei piccoli dischi argentati fossero il futuro e io, come tanti, avevo progressivamente smesso di comprare vinili. Una pessima idea, vista da oggi. Ma il futuro funziona spesso così: quando arriva non ti chiede cosa rimpiangerai.
Misi il CD nel lettore. E partì Zoo Station.
Gli U2 non c'erano più.
O almeno non quelli che conoscevo.
Dopo The Joshua Tree molti si aspettavano probabilmente che continuassero a essere quella band. Invece arrivarono chitarre deformate, suoni industriali, una voce quasi irriconoscibile, un ingresso nel disco che sembrava fatto apposta per disorientare.
Non era un'evoluzione educata. Era uno strappo.
Non tutti lo capirono. Non tutti lo amarono.
A me, con il tempo, è sembrato sempre più uno di quei momenti nei quali un artista decide che, per andare avanti, deve avere il coraggio di distruggere almeno una parte di ciò che gli altri hanno imparato ad amare di lui.
David Bowie lo aveva fatto con Ziggy Stardust, trasformando identità, immagine e musica fino a renderle inseparabili.
Gli U2 fecero qualcosa di diverso, ma con una forza di rottura che ancora oggi mi sembra appartenere alla stessa famiglia.
Presero quello che erano e lo resero irriconoscibile abbastanza da poter diventare qualcos'altro.
Forse è anche per questo che Achtung Baby, riascoltato oggi, mi sembra ancora così vivo.
Non aveva paura del futuro. Sembrava quasi averne paura abbastanza da volerci entrare.
Qualche anno fa qualcuno mi fece notare che i miei post su Facebook erano troppo lunghi.
«La gente non li legge.»
Poi ho imparato che anche i video non devono essere troppo lunghi. Che bisogna catturare l'attenzione nei primi secondi. Che ogni piattaforma ha il suo linguaggio. Che Facebook ormai è roba per vecchi, che i giovani sono altrove, che bisogna imparare a parlare come loro, che il mondo va più veloce.
Tutto vero.
È quel va più veloce che ha cominciato a interessarmi.
Perché andare più veloce non significa necessariamente andare più lontano. E soprattutto non significa capire di più.
Lo so perché anch'io scrollo.
Ci sono momenti nei quali prendo il telefono proprio per spegnere il cervello. Un video, quello dopo, quello dopo ancora. Qualcosa mi interessa. Molto non mi interessa affatto. Eppure continuo.
A un certo punto mi fermo e mi accorgo di aver guardato cose assurde.
E di averle guardate volontariamente.
Non posso quindi scrivere un atto d'accusa contro un mondo al quale appartengo anch'io. Posso però domandarmi cosa ci stia facendo quel mondo.
Perché durante quelle passeggiate del pollice si impara moltissimo.
Le dieci cose che devi fare per stare meglio.
Le sette che non devi mangiare.
I cinque segnali che una persona non ti ama.
Quando devi lasciare andare.
Come riconoscere una persona tossica.
Le red flag.
E naturalmente il narcisista.
Il narcisista è ovunque.
È l'ex che ci ha fatto soffrire, quello che non ci ha capiti, quello che ci ha cercati troppo, quello che ci ha cercati troppo poco. Non importa quasi più che la parola abbia un significato preciso, complesso, e che esistano persone che hanno studiato anni per occuparsene.
Abbiamo il post.
Ultimamente ne abbiamo anche un'altra: love bombing.
E qui la cosa mi interessa ancora di più.
Perché naturalmente esistono comportamenti manipolatori travestiti da amore. Sarebbe sciocco negarlo.
Ma quando una definizione nata per riconoscere una dinamica precisa comincia a essere applicata a ogni passione eccessiva, a ogni innamoramento travolgente, a ogni gesto sproporzionato, qualcosa mi disturba.
L'amore è sempre misurato?
È sempre sano, composto, consapevole, perfettamente regolato?
Oppure qualche volta è anche esagerato, ridicolo, sbagliato, magnifico, spaventoso?
Abbiamo imparato così bene a dare un nome alle cose che possono essere sbagliate nell'amore che rischiamo, qualche volta, di non riconoscere più l'amore quando non si comporta secondo le istruzioni.
Non sto rimpiangendo un tempo nel quale non sapevamo certe cose.
Sapere è meglio.
Semplificare non è la stessa cosa che sapere.
Even Better Than the Real Thing.
Era già lì, dentro Achtung Baby.
Meglio della cosa vera.
Oggi quel titolo mi sembra ancora più bello di allora, e molto più inquietante.
Perché il mondo digitale non ci ha semplicemente permesso di rappresentare la realtà.
Ci ha permesso di migliorarla.
La fotografia migliore.
Il momento migliore.
Il profilo migliore.
La vacanza migliore.
La frase migliore.
La versione migliore di noi.
Non necessariamente falsa.
Semplicemente better than the real thing.
Per un bel po' di tempo l'ho fatto anch'io.
Ho pubblicato fotografie dei miei viaggi, dei luoghi nei quali mi trovavo, delle cose che facevo. Ho raccontato pezzi della mia vita attraverso Facebook e Instagram. Mi piaceva. Non ci trovavo niente di male e, a dire la verità, continuo a non trovarci niente di male.
Poi ho smesso.
Non ricordo nemmeno una decisione precisa.
Ho semplicemente smesso di sentire il bisogno di dire dove fossi, cosa stessi facendo, cosa stessi guardando.
Oggi pubblico quasi soltanto i link che portano a questo blog.
E ho fatto una piccola scoperta.
Se smetti di pubblicarti, sparisci.
Non dalla vita. Dal mondo virtuale.
Per un po' può sembrare strano. Poi ho capito che quella scomparsa mi piaceva.
Perché nel frattempo stava succedendo qualcosa di apparentemente contraddittorio.
Più sparivo dai social, più cominciavo a raccontarmi.
C'è un'altra canzone di Achtung Baby che oggi ascolto diversamente.
Until the End of the World.
La canzone entrò nel film omonimo di Wim Wenders. E quel film immaginava qualcosa che, visto oggi, conserva una strana capacità di inquietare: una tecnologia capace di trasformare in immagini persino ciò che appartiene alla mente, fino ad arrivare ai sogni.
A un certo punto quelle immagini diventano un'ossessione. Le persone non riescono più a smettere di guardarle.
I propri sogni trasformati in uno schermo. Allora era fantascienza.
Oggi forse continua a esserlo ma fino a quando ?
Il desiderio che c'era dietro lo è molto meno.
Vedere.
Vedere sempre.
Vedere tutto.
La vita degli altri, i luoghi nei quali non siamo, ciò che mangiano, ciò che desiderano, ciò che pensano.
E poi noi stessi.
Guardarci mentre viviamo.
Trasformare l'esperienza in immagine quasi nello stesso momento in cui la stiamo vivendo.
Fino al sogno. Fino a ciò che, almeno una volta, apparteneva soltanto al buio dietro i nostri occhi.
È qui che la critica ai social, almeno per me, smette di essere feroce e diventa quasi malinconica.
Perché capisco quel desiderio.
È profondamente umano.
Forse abbiamo sempre voluto trattenere ciò che scompare.
La tecnologia ci ha semplicemente promesso che potevamo riuscirci.
Eppure il problema che mi interessa davvero non sono le fotografie delle vacanze.
Non sono nemmeno i video inutili che guardo mentre scrollo.
È il linguaggio.
Mi capita di ascoltare qualcuno parlare e di riconoscere il social.
Non perché ripeta una frase precisa. Riconosco il modo di costruire il pensiero.
Tutto deve essere definito.
Tutto deve avere un nome.
Tutto deve condurre rapidamente a una conclusione.
Quella persona è tossica.
Quella relazione era love bombing.
Quello è un narcisista.
Devi lasciare andare.
Devi scegliere te stesso.
Devi uscire dalla comfort zone.
Devi eliminare le energie negative.
E qualche volta ho la sensazione che non stiamo più usando i social per dire quello che pensiamo.
Stiamo cominciando a usare quello che leggiamo sui social per pensare.
È una differenza enorme.
Perché una persona vera è terribilmente inefficiente.
Può amarti e ferirti. Può essere meravigliosa e insopportabile.
Può avere torto e contemporaneamente vedere qualcosa che tu non riesci a vedere.
Puoi essere stato vittima di qualcosa e avere comunque una responsabilità.
Puoi aver sbagliato senza essere una persona sbagliata.
Tutta questa roba richiede tempo.
E soprattutto richiede una cosa che il linguaggio veloce sopporta malissimo.
Il dubbio.
Lo Zoo TV non rimase soltanto uno spettacolo costruito intorno ad Achtung Baby.
Durante quel viaggio arrivò Zooropa.
E dentro Zooropa c'era Numb.
Intorpidito.
Una parola che oggi associo inevitabilmente al gesto dello scrolling.
Una guerra. Un cucciolo. Una donna bellissima. Un bombardamento. Una ricetta. Un funerale. Una spiaggia. Una frase sulla felicità.
Sette segnali per riconoscere un narcisista.
Pubblicità.
Avanti.
Lo stesso dito per tutto.
Non credo che questo ci abbia resi peggiori.
E non voglio nemmeno diventare uno di quelli che spiegano su internet perché internet ci sta rovinando la vita. Sarebbe una conclusione perfetta per un reel di trenta secondi.
Mi pongo una domanda diversa.
Cosa succede al pensiero quando ci abituiamo alla velocità?
Forse a un certo punto non sono più soltanto i post a diventare più corti.
Diventano più corte le attese.
Le spiegazioni. L'attenzione.
Forse persino il tempo che siamo disposti a concedere a una persona prima di decidere chi è.
Ed è curioso che io abbia reagito a tutto questo facendo esattamente ciò che mi avevano consigliato di non fare.
Scrivendo post lunghi.
Quando ho aperto Arresti Domiciliari pensavo di voler scrivere di musica.
In parte è ancora così.
Ma ho cominciato a capire che sto facendo qualcos'altro.
Sto ricostruendo in musica la mia vita.
Una canzone mi porta a un luogo. Un disco a una persona. Un concerto a quello che ero quando l'ho visto. E mentre scrivo vengono fuori cose che allora non avevo capito.
Anche cose che non mi fanno fare una gran figura.
Errori.
Inconsapevolezze.
Paure.
Contraddizioni.
Decisioni che rifarei e altre che oggi non rifarei.
Per molti anni sono stato molto bravo a costruire una versione di me adatta all'esterno. Una maschera non falsa, ma certamente selezionata. Quella che sapeva. Quella che decideva. Quella che aveva il controllo.
Qui quella maschera ogni tanto cade.
Una persona che mi conosce molto bene e che legge queste pagine mi ha fatto notare che dentro ci ritrova molto del lavoro fatto insieme negli anni. Non me n'ero accorto. Pensavo di raccontare dischi. Stavo raccontando me.
E allora ho capito il paradosso.
Ho smesso di pubblicare la mia vita proprio quando ho cominciato davvero a raccontarla.
Forse un giorno questi post saranno soltanto una lunga fila di pagine che poche persone avranno voglia di leggere.
Va bene.
Magari qualcuno riuscirà a passarci attraverso e a capire qualcosa di me che una fotografia, una storia di quindici secondi o un aggiornamento di stato non avrebbero potuto raccontare.
Magari no.
Ma almeno quelle parole avranno avuto il tempo necessario per diventare mie.
Il 17 luglio 1993 ero davanti allo Zoo TV.
Una settimana dopo mi sarei sposato.
Non potevo sapere quanto sarebbe cambiata la mia vita.
E certamente non potevo sapere che quel caos di schermi davanti a me, che allora sembrava così futuristico, un giorno sarebbe entrato nella mia tasca.
Forse nemmeno gli U2 sapevano esattamente dove stavano guardando.
Avevano fatto quello che fanno alcuni dischi nei momenti più felici della musica: invece di descrivere il proprio tempo, avevano aperto una porta e avevano guardato un po' più avanti.
Zoo Station.
Even Better Than the Real Thing.
Until the End of the World.
Poi Zooropa.
Numb.
Titoli che allora appartenevano a un disco e a uno spettacolo.
Oggi mi sembrano pezzi di una conversazione che non abbiamo ancora finito.
Qualche volta prendo quel piccolo Zoo TV che porto in tasca.
Scrollo.
Mi diverto.
Mi intorpidisco.
Mi perdo.
Poi, ogni tanto, lo spengo.
E torno qui.
A scrivere troppo.
A metterci troppo tempo.
A non sapere esattamente dove arriverò quando comincio.
Forse è questo che cerco di salvare.
Non la mia attenzione.
Non la mia privacy.
Nemmeno il mio tempo.
La mia voce.
Quella che non è even better than the real thing.
Quella vera.
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