Il lato oscuro

Pubblicato il 4 settembre 2026 alle ore 21:05

Nel 2022, durante una lezione sulla leadership, una delle mie slide conteneva una sola parola.

CRUDELTÀ.

Sotto c’era una domanda.

«Passiamo a prendere Syd?»

E una risposta.

«No, lasciamolo perdere.»

Raccontavo una mattina del 1968.

I Pink Floyd erano in macchina, diretti a un concerto, e qualcuno chiese se dovessero passare a prendere Syd Barrett.

Fino a poco tempo prima Syd era stato tutto.

Scriveva le canzoni, inventava il suono, dava un’identità al gruppo. Era il centro creativo intorno al quale gli altri avevano cominciato a esistere.

Ma stava scivolando sempre più lontano da loro e, probabilmente, anche da sé stesso.

Avevano provato a continuare. Avevano chiamato David Gilmour, immaginando inizialmente un gruppo di cinque persone: Syd avrebbe potuto continuare a scrivere, Gilmour avrebbe sostenuto la band sul palco.

Non funzionò.

Quella mattina smisero semplicemente di andare a prenderlo.

Mi era sempre sembrata una delle immagini più crudeli e insieme più efficaci per raccontare la vita di un gruppo.

Non sapevo ancora che, mentre parlavo dei Pink Floyd, stavo raccontando anche qualcosa che sarebbe successo a me.

Quando Syd scompare, i Pink Floyd rimangono nudi.

Non perdono soltanto un componente.

Perdono quello che fino ad allora aveva scritto quasi tutto.

E non sono ancora i musicisti perfetti che la leggenda successiva ci ha consegnato.

Devono imparare.

Lo fanno facendo.

Ummagumma porta ancora addosso quella confusione. C’è quello che erano e c’è qualcosa che sta provando a nascere. Non sanno ancora bene quale sarà il loro suono.

Continuano.

Sperimentano.

Sbagliano.

E lentamente succede una cosa che conosco molto bene.

Quattro persone diverse cominciano a capire che nessuna di loro sa fare tutto, ma ognuna sa fare qualcosa.

È la nascita di un gruppo.

Anni dopo, nella mia presentazione, avevo scritto proprio questo:

il gruppo è sempre meglio dei singoli.

Nessuno sa tutto.

Ognuno sa qualcosa.

Lavorare insieme dovrebbe essere esattamente così.

Anche il gruppo professionale più importante della mia vita nacque lentamente.

All’inizio c’erano alberghi da gestire, persone che lavoravano già con me e altre che arrivavano.

Poi gli alberghi diventarono tre e decidemmo che non dovevano essere semplicemente tre strutture con lo stesso proprietario.

Dovevano diventare una piccola compagnia.

Cominciammo a inventarla.

Uffici, organizzazione, commerciale, prenotazioni, eventi, operazioni.

Riunioni interminabili.

Discussioni.

Idee.

Errori.

Molto entusiasmo.

Io avevo un ruolo preciso, naturalmente. Ma avevo soprattutto una convinzione: se vuoi che un gruppo cresca devi lasciare spazio alle persone.

E lo lasciai.

Ognuno cominciò a suonare il proprio strumento.

Il momento magico arrivò quando ci trovammo davanti un albergo quasi completamente da rifare.

Per tre anni lavorammo come non mi era mai successo prima e come, probabilmente, non mi sarebbe più successo dopo.

Non eravamo sempre d’accordo.

Sarebbe ridicolo raccontarlo.

Discutevamo su cosa fare, su come farlo, su quale fosse la strada migliore.

Ma discutevamo ancora della cosa.

Non di chi comandava.

Ognuno portava ciò che sapeva fare meglio.

E soprattutto accadeva qualcosa che molti anni dopo avevo riassunto in un’altra frase delle mie slide:

il piacere della bravura altrui.

Continuo a pensare che sia una delle definizioni migliori di un gruppo che funziona.

È quel momento in cui qualcuno ha una buona idea e tu non pensi che quella buona idea stia sottraendo qualcosa a te.

Quando la bravura dell’altro ti rende più forte.

Quando una persona comincia una frase e un’altra sa già dove vuole arrivare.

Intesa.

Anticipo.

Divertimento.

Per me quelli furono i tre anni più belli di quarantatré anni di lavoro.

Il nostro The Dark Side of the Moon.

Anche i Pink Floyd ci arrivarono dopo anni di tentativi.

Meddle. Echoes. Le sperimentazioni. Il lavoro per Zabriskie Point. Una quantità enorme di materiale, suoni, errori, intuizioni.

Poi, nel 1973, tutto sembra improvvisamente trovare il proprio posto.

The Dark Side of the Moon.

Uno di quei rarissimi momenti nei quali diventa quasi impossibile capire dove finisca il talento di uno e cominci quello dell’altro.

Waters, Gilmour, Wright, Mason.

Alan Parsons dietro il banco.

Clare Torry che entra in studio e presta la propria voce a The Great Gig in the Sky senza poter immaginare che quel canto sarebbe rimasto lì per sempre.

Tecnologia.

Intuizione.

Precisione.

Creatività.

Soprattutto collaborazione.

Un capolavoro non perché quattro persone siano diventate uguali.

Esattamente il contrario.

Erano profondamente diverse e, per un momento, quelle differenze suonarono nella stessa direzione.

Il problema dei momenti magici è che, mentre li vivi, pensi che siano diventati la normalità.

Non lo sono quasi mai.

Dopo Dark Side i Pink Floyd tornano in studio e sono svuotati.

Hanno appena scalato una montagna che nessuno pensava potessero scalare.

Adesso dovrebbero inventarne un’altra.

E mentre stanno lavorando compare Syd Barrett.

All’inizio non lo riconoscono.

Sono passati pochi anni, ma il ragazzo bellissimo e magnetico che ricordavano non sembra più esistere.

Quando capiscono chi hanno davanti l’emozione è devastante.

Syd si siede.

Ascolta.

Poi se ne va di nuovo.

Ma in qualche modo rimane dentro quel disco.

Shine On You Crazy Diamond.

Wish You Were Here.

Forse l’assenza può diventare una presenza ancora più forte.

Quel disco parla anche di questo.

E mentre stanno producendo un’altra pietra miliare compare però una piccola crepa.

Have a Cigar.

È una delle canzoni dei Pink Floyd che amo di più.

Sporca, lisergica, cattiva.

Waters prova a cantarla.

Gilmour prova a cantarla.

Nessuno dei due convince fino in fondo e, soprattutto, comincia a diventare importante chi debba farlo.

Alla fine la canta Roy Harper, che si trova nello studio accanto.

La soluzione funziona.

Ma guardata a distanza, quella piccola esitazione sembra raccontare qualcosa.

Fino a poco tempo prima la domanda era:

come facciamo questa cosa nel modo migliore?

Adesso comincia ad affacciarsene un’altra.

Chi deve farla?

Anche nei gruppi di lavoro le crepe iniziano così.

Non con una porta sbattuta.

Con una conversazione che non avviene più intorno allo stesso tavolo.

Con qualcuno che comincia a cercare altrove le proprie risposte.

Con una decisione presa fuori dal perimetro che avevamo costruito.

Anche nel mio gruppo accadde.

Provai a correggere quella traiettoria.

Presi decisioni che allora mi sembrarono giuste e che, guardate oggi, probabilmente accelerarono proprio il processo che volevo fermare.

Non è facile ammetterlo.

Ma le storie diventano inutili quando le raccontiamo soltanto per darci ragione.

Poi arrivò il Covid.

E il Covid fermò tutto.

Alberghi chiusi.

Uffici vuoti.

Persone a casa.

In quel silenzio tirai fuori da un cassetto un progetto che mi portavo dietro da molto tempo.

Cominciai a lavorarci.

E me ne innamorai.

Se dovessi continuare a raccontarlo attraverso i Pink Floyd, direi che cominciai a registrare il mio disco solista.

Era un progetto nuovo, fragile, eccitante.

Aveva bisogno di essere immaginato quasi da zero.

Mi restituiva una sensazione che avevo conosciuto molti anni prima: costruire qualcosa che ancora non esiste.

E il mio disco solista trovò una musicista pronta a sposarne l’idea.

Suonava bene con me.

Io scrivevo la musica e insieme, lentamente, quel progetto cominciò ad avere contorni, identità, anima.

Il silenzio del mondo fuori alimentava quella musica che improvvisamente mi sembrava l’unica degna di essere suonata.

Poi gli alberghi riaprirono.

Solo che una parte della mia testa era ormai altrove.

Pensavo di aver costruito un gruppo abbastanza forte da poter funzionare senza di me.

Per molto tempo mi sono raccontato che stavo delegando.

Non era completamente vero.

Stavo anche cominciando a disinteressarmi.

È una differenza enorme.

E l’ho capita troppo tardi.

Avevo confuso l’autonomia con l’assenza.

Quando lasci uno spazio vuoto, qualcuno lo occupa.

Non necessariamente perché sia cattivo.

Perché gli spazi vuoti funzionano così.

Cambiano le relazioni.

Cambiano le alleanze.

Cambiano i luoghi nei quali si prendono le decisioni.

Io intanto continuavo con il mio disco solista, che nel frattempo suonava bene, convinto che la vecchia band avrebbe saputo continuare a suonare.

Quando provai davvero a tornare, scoprii che la band esisteva ancora.

Solo che non era più la mia.

Anzi.

Forse non lo era mai stata.

È una domanda che mi faccio ancora oggi.

Di chi è un gruppo?

Di chi lo crea?

Di chi lo guida?

Di chi ci lavora?

Di chi, a un certo punto, riesce a prenderne il controllo?

Oppure un gruppo, quando diventa veramente tale, smette semplicemente di appartenere a qualcuno?

Anche nei Pink Floyd, dopo Wish You Were Here, gli equilibri cambiano velocemente.

Roger Waters prende progressivamente il comando.

Animals.

Poi The Wall.

Un’opera gigantesca, geniale, profondamente vicina alla visione di un uomo e sempre meno alla costruzione di quattro.

Gilmour continua a lasciare segni meravigliosi.

Gli assoli.

La voce.

Quella parte di Comfortably Numb che porta anche la sua firma.

Ma è un’altra cosa.

Ed è forse qui che si nasconde una delle verità più strane della vita dei gruppi:

un gruppo può continuare a produrre qualcosa di straordinario anche quando ha già smesso di essere un gruppo.

Questa è stata una delle cose più difficili da capire anche nella mia storia.

Un gruppo non finisce necessariamente quando chiude.

Può continuare a lavorare.

Può continuare a fare risultati.

Può perfino continuare ad avere successo.

Eppure essere già finito.

A volte la realtà formale impiega anni per raggiungere quella sostanziale.

Con i Pink Floyd accade.

Richard Wright viene progressivamente emarginato.

Waters conduce il progetto.

Gli altri contribuiscono, eseguono, resistono sempre meno.

Dopo The Wall rimane The Final Cut.

Un titolo che oggi sembra quasi troppo perfetto.

Il taglio finale.

Quando arriva, però, la separazione è già avvenuta molto tempo prima.

Anche la mia storia professionale finì prima dell’ultimo giorno di lavoro.

Quando capii che il gruppo al quale avevo dedicato una parte enorme della mia vita aveva trovato un’altra direzione, sapevo già che il mio tempo stava terminando.

A niente servivano i miei tentativi di riprodurre la vecchia musica.

Poi arrivò anche una malattia importante.

Una di quelle che, almeno per qualche mese, cambiano brutalmente l’ordine delle cose.

Decisi che a fine anno avrei lasciato.

Succede nel rock.

Succede nella vita.

Pensavo che quella decisione avrebbe semplicemente accompagnato la conclusione naturale di una storia lunga molti anni.

Non andò esattamente così.

Non ho voglia di raccontare qui ciò che accadde.

Alcune cose appartengono alle persone che le hanno vissute e non diventano più vere soltanto perché vengono rese pubbliche.

Posso raccontare, invece, quello che sentii.

Cancellato.

È una sensazione strana.

Ti costringe a tornare indietro e a interrogare tutto.

Hai sbagliato tu?

Hai sopravvalutato quello che avevi costruito?

Hai immaginato una relazione con le persone che esisteva soltanto nella tua testa?

Il finale diventa così rumoroso da provare a riscrivere anche l’inizio.

E qui, per molto tempo, credo di aver avuto un altro equivoco.

Avevo pensato che lavorare così tanto insieme significasse anche conoscersi.

Oggi non ne sono più sicuro.

Quelle persone conoscevano certamente il mio ruolo.

Conoscevano quello che prendeva decisioni.

Quello che spingeva.

Quello che costruiva.

Quello che qualche volta si arrabbiava.

Quello che provava a tenere insieme tutto.

Ma quanto conoscevano me?

E soprattutto: quanto avevo permesso io che mi conoscessero?

Sul lavoro ho indossato per molti anni una maschera.

Forse era necessaria.

Un ruolo richiede anche questo.

Mostrare sicurezza quando sei pieno di dubbi.

Prendere decisioni mentre avresti voglia che qualcuno le prendesse per te.

Tenere per te fragilità che non puoi rovesciare sulle persone che lavorano con te.

Forse avevo commesso l’errore di pensare che il tempo trascorso insieme avesse consentito a qualcuno di vedere automaticamente anche ciò che stava dietro quella maschera.

Non so se sia successo davvero.

E, a pensarci bene, non sono nemmeno sicuro che sia giusto chiederlo.

Non possiamo pretendere che gli altri conoscano una parte di noi che abbiamo trascorso anni a proteggere.

Forse avevo confuso la vicinanza professionale con qualcosa di diverso.

Forse avevo confuso l’essere stimato con l’essere conosciuto.

E forse anche questo fa parte della fine di un gruppo.

Scoprire che abbiamo condiviso una quantità enorme di vita senza necessariamente aver condiviso tutto di noi.

Ed è qui che Syd Barrett, ancora una volta, mi ha aiutato.

Nella vecchia presentazione avevo dedicato un’intera slide a un’altra parola.

RICONOSCENZA.

Forse allora non avevo ancora capito davvero perché l’avessi messa.

I Pink Floyd furono crudeli con Syd.

A un certo punto decisero che, per sopravvivere, dovevano andare avanti senza di lui.

Ma non cancellarono ciò che era stato.

Non smisero di riconoscere che senza Syd Barrett i Pink Floyd non sarebbero esistiti.

Non smisero di nominarlo.

Anni dopo trasformarono persino la sua assenza in alcune delle musiche più belle che abbiano mai scritto.

Questa non è una storia sul diritto di restare.

Nessuno ha diritto di restare per sempre in un gruppo.

Le persone cambiano.

Le organizzazioni cambiano.

Gli interessi divergono.

A volte qualcuno deve andarsene.

Altre volte qualcuno decide di farlo.

La riconoscenza non significa restare.

Significa non avere bisogno di cancellare ciò che è successo prima per legittimare quello che succede dopo.

Significa poter dire:

abbiamo finito.

Ci siamo anche fatti male.

Abbiamo sbagliato.

Io ho sbagliato.

A un certo punto ho guardato altrove.

Altri hanno occupato lo spazio che avevo lasciato.

Il gruppo è finito.

Ma prima di finire è esistito.

Ed è stato straordinario.

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