Il deserto e l'oceano

Pubblicato il 22 agosto 2026 alle ore 00:01

Stasera sto ascoltando Ghost Song.

La voce di Jim Morrison arriva prima della musica. Non canta davvero. Parla, recita, evoca. Sembra vicina e lontanissima nello stesso momento.

Ed è inevitabile pensare che quella voce appartenga a un morto.

An American Prayer uscì nel 1978, sette anni dopo la morte di Morrison. Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore presero le registrazioni delle sue poesie e costruirono intorno a quella voce una musica che Jim non avrebbe mai ascoltato.

Non sappiamo nemmeno se gli sarebbe piaciuta.

Ed è forse proprio per questo che mi piace cominciare da qui.

Da un fantasma.

Jim Morrison è uno dei miei miti musicali da sempre, ma più passa il tempo e meno mi interessa il mito.

Mi interessa l'uomo.

O meglio: gli uomini.

Ne ho incontrati parecchi negli anni. Nei dischi, naturalmente, ma anche nei molti libri che occupano una parte della mia biblioteca musicale. Biografie, interviste, poesie, testimonianze di chi gli è stato vicino.

E il problema è che non sembrano raccontare sempre la stessa persona.

C'è Jim Morrison. C'è James Douglas Morrison. C'è Mister Mojo Risin'.C'è il Re Lucertola.

C'è il ragazzo educato dalla voce dolce che Frank Lisciandro ricorda fuori dal palco e quello che, appena ci sale, cambia postura, voce, sguardo e diventa lo sciamano.

C'è il poeta che vuole disperatamente che le proprie parole vengano prese sul serio e c'è il sex symbol in pantaloni di pelle che rende quasi impossibile guardare oltre il personaggio.

Quale era quello vero?

Forse è questa la domanda sbagliata.

L'8 dicembre del 1970 Morrison compie ventisette anni.

Prenota uno studio di registrazione e decide di passare il proprio compleanno leggendo poesie.

Già questa scena mi piace.

Una delle più grandi rockstar del mondo potrebbe festeggiare in qualunque modo e invece vuole un microfono davanti, alcuni amici e le proprie parole.

Comincia concentrato.

Legge. Registra. Poi beve. Continua a bere.

Progressivamente perde lucidità. La sessione dura ore e a un certo punto il poeta che ha voluto ostinatamente incidere la propria voce quasi cede il microfono alla propria ubriachezza.

Eccoli.

Due Morrison nella stessa stanza.

Non possiamo salvare il poeta buttando via l'ubriaco.

E non possiamo liquidare l'ubriaco dimenticando il poeta.

Erano lì insieme.

Forse Morrison aveva intuito molto presto questa moltiplicazione di sé.

Quando pubblicava poesia preferiva firmarsi James Douglas Morrison. Quasi avesse bisogno di creare una distanza dal Jim Morrison che ormai apparteneva agli altri.

E in un'intervista dice qualcosa di ancora più paradossale: sul palco si sente veramente sé stesso, ma è proprio la maschera che indossa a permettergli di nascondersi e scegliere quando rivelarsi.

Essere sé stessi attraverso una maschera.

Più Morrison di così è difficile.

La maschera, però, diventa enorme.

Il corpo bellissimo fotografato da Joel Brodsky. I capelli. Il cuoio. Il sesso. Lo sguardo. Il Re Lucertola.

Un'iconografia talmente potente da sopravvivere per più di mezzo secolo all'uomo che l'aveva costruita.

Eppure, prima di tutto questo, c'era stato un ragazzo sulla spiaggia di Venice.

Nel 1965 incontra Ray Manzarek e gli racconta che sta scrivendo canzoni. Gliene canta una.

Moonlight Drive.

Mi piace pensare a quel Morrison.

Non ancora monumento. Non ancora poster. Non ancora maledetto.

Dentro Moonlight Drive c'è una semplicità che rischiamo di dimenticare quando pensiamo a lui. C'è la notte, naturalmente. C'è l'acqua. Ma c'è anche una tenerezza sensuale, un invito a essere in due.

È importante che esista anche questo Jim.

Perché altrimenti commettiamo esattamente l'errore che facciamo continuamente con le persone: scegliamo il tratto che ci serve per definirle e buttiamo via tutto ciò che lo contraddice.

Basta spostarsi poco più avanti e arriviamo a The End.

Qui il ragazzo della spiaggia sembra già lontanissimo.

Durante una delle esecuzioni al Whisky a Go Go, Morrison porta la canzone in un territorio che la band stessa non aveva previsto. Alcol, provocazione, Edipo, sesso, morte.

Il pubblico rimane quasi paralizzato. I Doors vengono cacciati dal locale.

È una scena perfettamente morrisoniana.

Perché il comportamento che gli fa perdere il lavoro è lo stesso che contribuisce a costruire la leggenda.

Trasforma il caos in arte e l'arte in caos.

E non sembra interessato alla zona intermedia.

Gloria Stavers, che lo conosceva, lo descrive come una minaccia intellettuale e un provocatore per l'America ufficiale e, contemporaneamente, come un ragazzo dolce in privato.

Dice anche qualcosa che forse lo racconta meglio di molte biografie: Morrison inseguiva i punti più alti e quelli più bassi.

Paradiso e inferno.

Jim Morrison non sembrava interessato alla parte centrale delle cose.

È molto facile romanticizzare tutto questo dopo la sua morte.

Il poeta maledetto. Il genio autodistruttivo. Il ventisettenne destinato a bruciare.

A me interessa sempre meno.

Perché ogni definizione, anche quella apparentemente più affascinante, finisce per scegliere un Morrison e cancellare gli altri.

Ed è qui che Jim Morrison smette, almeno per me, di essere soltanto Jim Morrison.

Perché forse è proprio lì che troviamo qualcosa di universale. Abbiamo questa ossessione per la coerenza delle persone: se qualcuno è buono deve esserlo sempre; se è intelligente deve comportarsi intelligentemente; se ama qualcuno non può ferirlo; se è sensibile non può essere crudele.

Ma gli esseri umani non funzionano così.

Abbiamo bisogno di stabilire chi siano gli altri. È rassicurante.

Generoso o egoista. Sensibile o crudele. Buono o insopportabile.

Le contraddizioni disturbano perché ci obbligano a rimettere continuamente in discussione il giudizio che avevamo costruito.

Morrison rende quasi impossibile quella semplificazione.

Non significa che tutto si equivalga. E soprattutto non significa che le contraddizioni assolvano i comportamenti.

Significa soltanto che una persona non smette di contenere le proprie contraddizioni perché noi abbiamo bisogno di darle un nome.

Morrison stesso, nelle sue poesie, sembra saperlo.

Scrive di una parte di sé come deserto e di un'altra come oceano.

Due paesaggi quasi incompatibili.

Eppure non sceglie.

Sono entrambi dentro di lui.

Forse è anche per questo che Celebration of the Lizard gli rimase così appiccicata addosso.

Il Re Lucertola.

Un personaggio talmente riuscito da diventare quasi più vero della persona che l'aveva inventato.

Eppure Morrison stesso, parlando di quel personaggio, sembrava voler ricordare che era una rappresentazione. Il cattivo di un western. Teatro.

La realtà era altrove.

Ma dov'era? Dietro la maschera? Nel poeta? Nell'ubriaco? Nel ragazzo dolce?

Nell'uomo che provocava una folla fino a farne emergere ostilità e violenza? Nel seduttore?

Nel solitario che diceva di non avere mai amato particolarmente l'idea di una casa?

Forse dappertutto.

Forse in nessuno di questi preso singolarmente.

E allora arrivo a Riders on the Storm.

È una delle ultime registrazioni di Morrison con i Doors e ogni volta che la ascolto ho la sensazione di un uomo che si sta già allontanando.

Non c'è bisogno del Re Lucertola.

Non c'è bisogno dell'urlo di The End.

Pioggia. Una tastiera. Quella voce.

E qualcosa che passa.

Naturalmente so come finisce la storia.

Parigi. Pamela. La vasca da bagno. Il 3 luglio 1971. Ventisette anni. Père-Lachaise.

Il resto è diventato mitologia.

Ma non voglio finire lì.

Perché questo non è un post sulla morte di Jim Morrison.

È semmai un post sulla difficoltà di capire qualcuno mentre è vivo.

Forse anche sulla presunzione di riuscirci.

Stasera Ghost Song continua a suonare.

E la voce di Morrison arriva da registrazioni fatte più di mezzo secolo fa.

Una voce senza corpo.

Sono partito da un fantasma cercando l'uomo che c'era prima.

Ne ho trovati molti.

Il poeta e il provocatore.

James Douglas Morrison e il Re Lucertola.

Il ragazzo di Moonlight Drive e l'uomo di The End.

Quello che indossava una maschera per potersi nascondere e, proprio grazie a quella maschera, diceva di riuscire finalmente a essere sé stesso.

Forse è questo che rimane dopo tanti libri, dischi, testimonianze e fotografie.

Non una risposta.

Un'altra porta.

E dopo tanti anni ho smesso di chiedermi quale fosse il vero Jim Morrison.

Mi interessa molto di più accettare che potessero essere veri tutti.

Il deserto.

E l'oceano.

 

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