La parte scomoda

Pubblicato il 16 agosto 2026 alle ore 12:43

Per un mese ho parlato pochissimo.

Non è una metafora. Non è uno di quei modi di dire che usiamo per raccontare un periodo difficile.

Esattamente un anno fa avevo quasi smesso di parlare.

Il mio corpo mi aveva appena ricordato, in maniera piuttosto brutale, che non siamo invincibili. Ero nel periodo successivo di una serie di eventi che avrebbero messo alla prova duramente chiunque. Salute, affetti, lavoro probabilmente uno dei momenti di maggiore fragilità della mia vita.

E proprio allora sono arrivate parole. Alcune molto dure. Non importa quali. E soprattutto non importa chi le abbia pronunciate.

Importa che siano arrivate.

Perché le parole hanno uno strano potere: per pronunciarle bastano pochi secondi, ma nessuno può stabilire quanto dureranno nella persona che le riceve.

Io, ascoltavo.

E ascoltavo moltissimo Samuele Bersani.

Non so neppure dire perché proprio lui. La musica funziona spesso così. Non scegliamo davvero chi deve accompagnarci in certi momenti della vita. Qualcuno semplicemente si siede accanto a noi.

Mentre io avevo quasi smesso di usare le parole, passavo le giornate ad ascoltare le sue.

Forse è per questo che oggi, pensando alla rabbia, al rancore e a quella parola enorme e complicata che è il perdono, sono tornato proprio alle sue canzoni.

La rabbia appartiene a tutti.

La Pixar in Inside Out le ha dato una rappresentazione che trovo perfetta: quel piccolo personaggio rosso seduto davanti alla console del nostro cervello. Sta lì insieme alle altre emozioni finché qualcosa non supera il limite.

A quel punto prende il comando. E qualche volta fa un casino.

Lo conosco quel momento. Credo che lo conosciamo tutti.

La rabbia restringe il campo visivo, elimina le sfumature, ci convince per qualche minuto che quello che stiamo pensando sia l’unica verità possibile. E soprattutto ci fa parlare.

Samuele Bersani comincia Le mie parole con un’immagine violentissima nella sua semplicità:

Le mie parole sono sassiPrecisi e aguzzi, pronti da scagliareSu facce vulnerabili e indifese

Sassi precisi, aguzzi, pronti a colpire qualcuno proprio dove è più vulnerabile.

Quando l’ho riascoltata pensando a questo post, quella parola mi ha fatto effetto.

Vulnerabile.

Perché io alcuni di quei sassi li ricordo ancora. E sono arrivati proprio quando ero particolarmente vulnerabile.

Ma sarebbe troppo facile fermarmi qui.

Sarebbe comodo raccontare le parole che ho ricevuto, la rabbia degli altri, le ferite che hanno lasciato.

Il titolo di quella canzone non è Le tue parole.

È Le mie parole.

E questa è la parte scomoda.

Perché se voglio parlare davvero della rabbia devo guardarmi le mani.

Quanti sassi ho scagliato io?

Quante volte ho detto qualcosa sapendo perfettamente che avrebbe fatto male?

Quante volte la rabbia mi ha fatto pronunciare una frase che, pochi minuti dopo, avrei voluto riprendermi?

Probabilmente più di quante mi piaccia ricordare.

Possiamo pentirci.

Possiamo spiegare che eravamo arrabbiati, feriti, spaventati.

Possiamo dire che non pensavamo davvero ciò che abbiamo detto.

Ma le parole hanno un difetto terribile.

Non tornano indietro.

La rabbia può durare cinque minuti e lasciare parole che durano anni.

Poi la rabbia passa. O almeno dovrebbe.

Qualche volta, invece, cambia forma. Sedimenta. E diventa rancore.

È lì che torno a un’altra canzone di Bersani, Il tuo ricordo.

Dentro c’è uno scontro nel quale

Lo scontro è leggendarioAppena ha inizioUno sta zitto e l'altro fa il suo comizioNon vuol capire di essere troppo in ritardoPer dare lezioni a chi invece è in orario.

Quella frase mi colpisce particolarmente.

Forse perché io quel silenzio l’ho conosciuto davvero.

Ma anche qui sarebbe molto comodo assegnarsi la parte di quello che sta zitto.

Il problema è che non siamo sempre la persona che sta zitta.

Qualche volta quello che continua il comizio siamo noi.

Siamo noi che ricostruiamo la discussione.

Che torniamo continuamente su ciò che è successo.

Che continuiamo a spiegare all’altro perché abbiamo ragione.

Che riapriamo un processo che magari esiste ormai soltanto dentro di noi.

Bersani, nella stessa canzone, parla di qualcuno che arriva troppo tardi per dare lezioni a chi invece è già in orario.

Ed è un’immagine che mi piace molto.

Perché due persone possono vivere lo stesso evento e uscirne in tempi completamente diversi.

Una è già altrove. L’altra è ancora lì.

Una ha smesso di combattere. L’altra continua il comizio.

Non significa necessariamente che una abbia ragione e l’altra torto.

Significa soltanto che non tutti usciamo dalle ferite nello stesso momento.

E forse è proprio qui che la rabbia rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso.

Il ricordo rimane. Ma ricordare e provare rancore non sono la stessa cosa.

Ci sono cose che ricordo perfettamente e verso le quali non provo più quello che provavo allora.

Ci sono parole che probabilmente non dimenticherò mai.

Sono rimaste.

Ma non comandano più.

Lasciare andare non significa cancellare.

Forse significa soltanto togliere a ciò che è successo il diritto di continuare a decidere il nostro presente.

Ed è qui che incontro la canzone di Samuele Bersani che amo più di tutte.

Il mostro.

L’ho amata molto prima di pensare a questo post.

Racconta qualcuno che viene guardato da fuori, definito, giudicato. Basta che passi la voce che il mostro è cattivo e in pochissimo tempo tutti sono pronti a combatterlo.

Non serve più conoscerlo.

Abbiamo già deciso chi è.

E questa, pensando alla rabbia, è un’immagine formidabile.

Perché quando qualcuno ci ferisce può succedere esattamente questo.

Lentamente smettiamo di vedere una persona.

Vediamo soltanto quello che ci ha fatto.

Una frase. Un errore. Un tradimento.

Una scelta che non siamo riusciti ad accettare.

Tutto il resto scompare.

Abbiamo costruito il mostro.

Ed è molto più facile continuare a essere arrabbiati con un mostro che con una persona.

Ma ancora una volta arriva la parte scomoda.

Quanti mostri abbiamo costruito noi?

Quante volte abbiamo raccontato qualcuno soltanto attraverso il peggio che aveva fatto?

E soprattutto:

quante volte siamo diventati noi il mostro nel racconto di qualcun altro?

Questa è una domanda alla quale è molto meno piacevole rispondere.

Perché la rabbia ama le semplificazioni.

Buoni e cattivi.

Vittime e colpevoli.

Ragione e torto.

E quando abbiamo stabilito da quale parte stare, diventa difficilissimo rimettere tutto in discussione.

A quel punto arriva inevitabilmente Giudizi universali.

E già il titolo sembra quasi una conclusione.

Bersani arriva a dire:

“Io non ti conosco.”

Forse è proprio questo che succede quando giudichiamo qualcuno attraverso la rabbia.

A un certo punto non lo conosciamo più.

Conosciamo la versione che abbiamo costruito.

Il nostro mostro.

E continuiamo a processare quella.

Forse allora il perdono non è nemmeno la parola giusta.

Non sono sicuro che tutto debba essere perdonato.

E certamente non credo che tutto debba essere dimenticato.

Perdonare, dimenticare e lasciare andare sono tre cose diverse.

Posso ricordare perfettamente una frase che mi ha ferito senza odiare più chi l’ha pronunciata.

Posso non assolvere quello che qualcuno mi ha fatto e decidere comunque che non continuerà a occupare ogni giorno uno spazio della mia vita.

E posso anche riconoscere di avere ferito qualcuno senza condannarmi per sempre a essere la persona che ero in quel momento.

Forse lasciare andare significa proprio questo.

Smettere di pronunciare continuamente la stessa sentenza.

Perché il rancore contiene un paradosso crudele.

Pensiamo che serva a tenere lontano qualcuno.

In realtà è uno dei modi più efficaci per continuare a portarcelo dentro.

Ogni volta che ricostruiamo la scena.

Ogni volta che ripetiamo ciò che ci ha fatto.

Ogni volta che immaginiamo quello che avremmo dovuto dire.

Quella persona torna.

E continua ad abitare il nostro presente.

In quel periodo difficile io ascoltavo Samuele Bersani.

Mentre parlavo pochissimo, vivevo dentro le sue parole.

Forse è anche per questo che oggi quelle canzoni hanno per me un significato diverso.

Non mi hanno insegnato a perdonare.

Sarebbe troppo semplice scriverlo.

E non hanno cancellato niente.

Alcune parole le ricordo ancora perfettamente.

Bersani era semplicemente lì mentre, molto lentamente, ricominciavo.

Prima ad ascoltare.

Poi a parlare.

Poi a rimettermi in piedi.

E oggi posso tornare con la memoria a quel periodo senza provare la stessa rabbia.

Questo non significa che abbia dimenticato.

Significa che quelle parole non hanno più lo stesso potere.

Il piccolo personaggio rosso di Inside Out continuerà sempre a stare davanti alla console.

Fa parte di noi.

Qualche volta è persino necessario che si alzi.

La rabbia ci avverte che qualcosa ci ha ferito, che un limite è stato superato, che qualcosa ci sembra profondamente ingiusto.

Non possiamo eliminarla.

E probabilmente non dovremmo neppure farlo.

Possiamo però decidere quanto tempo lasciarle il comando.

Perché la parte davvero scomoda non è riconoscere che qualcuno ci ha ferito.

È accettare che anche noi abbiamo ferito.

Che abbiamo pronunciato parole che qualcun altro forse ricorda ancora.

Che abbiamo scagliato i nostri sassi.

Che abbiamo costruito i nostri mostri.

Che abbiamo emesso i nostri giudizi universali.

E forse, alla fine, lasciare andare non significa assolvere qualcuno.

Non significa dimenticare.

Non significa nemmeno fare pace.

Significa soltanto decidere che è arrivato il momento di riprendersi la console.

 

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