Radio Iride stava in un appartamento piccolo, quasi improbabile, in Corso Matteotti a Borgo San Lorenzo.
Si entrava da una porticina. Sulla sinistra c’era una specie di redazione, poco più di una stanza arrangiata. Più avanti lo studio di registrazione, che era invece il luogo dove poteva succedere praticamente di tutto. Fumo, amori, litigi, alcol, gente che veniva soltanto per stare lì, gente che fingeva di preparare il programma della settimana successiva e intanto si chiudeva dentro a fumare.
Poi c’era il piano di sopra.
Quello era un altro mondo.
Lo studio di trasmissione, per me, era quasi una cattedrale. Quando andavo in onda non volevo nessuno intorno. Fuori ero timido, molto più timido di quanto forse mi piaccia ricordare. Dentro quello studio, davanti al microfono, cambiavo.
Diventavo Mister Real.
Il nome me l’ero scelto da solo, naturalmente. All’epoca guardavo Mister Fantasy di Carlo Massarini e avevo deciso che, per contraltare, io sarei stato Mister Real.
Mi sembrava una gran trovata.
Mi faceva sentire anche parecchio figo.
E probabilmente nella mia testa esisteva pure l’idea che fare il DJ attirasse intorno una quantità considerevole di ragazze.
Da quel punto di vista il progetto non funzionò benissimo.
La radio invece sì.
O almeno funzionò abbastanza da diventare per alcuni anni un pezzo importante della nostra vita.
Radio Iride era nata all’inizio degli anni Ottanta da un gruppo legato alla sinistra mugellana. In zona esistevano già altre radio, più commerciali: quelle delle dediche, delle canzoni richieste al telefono, della musica che doveva piacere a tutti.
Noi volevamo fare altro.
Naturalmente, quando dico “noi”, sto usando una parola molto più ordinata di quello che eravamo davvero.
Eravamo un gruppo di personaggi piuttosto improbabili, con idee diverse, gusti diversi, caratteri spesso incompatibili, moltissimi soprannomi e pochissimi soldi.
Lalli, Tortello, Posizione, Diddo, Brian, Fefè, Banana.
Sembrano nomi inventati oggi per un film.
Non lo sono.
Fefè era dark, quando essere dark significava già essere guardato come una creatura proveniente da un altro pianeta. Erano gli anni del Tenax, della new wave, del post-punk, di una Firenze che musicalmente sembrava molto più grande di Firenze.
Poi c’era Rolando.
Rolando faceva il parrucchiere e una volta alla settimana conduceva un programma di liscio.
Noi volevamo cambiare il mondo passando i Clash e lui arrivava con valzer, mazurche e polke.
Funzionava benissimo.
Rolando viveva la radio esattamente come viveva le serate nelle sagre e nelle feste del paese: musica, allegria, donne. Qualche volta le donne finivano direttamente in radio.
Anche questa era Radio Iride.
C’era Bruno, grandissimo conoscitore di musica, bravissimo dietro un microfono e capace di rinchiudersi nello studio di registrazione dentro una quantità di fumo difficilmente compatibile con la sopravvivenza umana.
A un certo punto mise dei pesci rossi in una specie di lavandino.
Sosteneva di stare facendo delle prove di sopravvivenza.
Non ricordo quale fosse esattamente il protocollo scientifico.
Ricordo i pesci.
Poi c’era quello che utilizzava i dischi della radio per registrare cassette da vendere agli amici. Aveva creato una piccola attività commerciale parallela e, già che c’era, telefonava dal telefono a gettoni riuscendo in qualche modo a recuperare ogni volta il gettone.
Eravamo alternativi, ma il capitalismo trovava sempre una strada.
I dischi, invece, sparivano davvero.
Per questo a un certo punto avevamo cominciato a timbrarli.
Sul timbro c’era scritto:
RUBATO A RADIO IRIDE.
Non “proprietà di”.
Non “vietata la vendita”.
Rubato.
Era perfetto.
Molti dischi li portavo io da casa. La radio non aveva abbastanza soldi per comprare tutto quello che volevamo trasmettere e io, già allora, spendevo una quantità irragionevole del poco denaro che avevo per la musica.
A volte la paghetta destinata alla schiacciata o al panino durante la settimana veniva risparmiata perché nel fine settimana volevo comprare un disco.
Poi quel disco arrivava in radio.
Lo mettevo sul piatto.
E diventava anche degli altri.
Forse era proprio questa la cosa che mi piaceva di più.
Non ascoltare musica.
Farla ascoltare.
Trasmettevo una volta alla settimana, alle nove di sera.
Non preparavo mai quello che avrei detto.
In compenso preparavo minuziosamente la scaletta.
Le parole venivano dopo.
La musica no.
Quella doveva essere esattamente quella.
La mia sigla era Transformation di Nona Hendryx.
Non so se allora avrei saputo spiegare perché l’avevo scelta. Mi piaceva quel brano, mi piaceva il modo in cui entrava, mi sembrava perfetto per aprire il programma.
Oggi il titolo mi fa sorridere.
Perché, in effetti, una trasformazione avveniva davvero.
Fuori dallo studio potevo essere impacciato, insicuro, timido.
Si accendeva il microfono e improvvisamente sapevo parlare.
Andavo a ruota libera.
Non avevo davanti un pubblico. Non vedevo nessuno. Forse proprio per questo mi sentivo libero.
Ogni tanto arrivava qualche telefonata, qualche richiesta. Non mettevo mai gli ascoltatori in diretta.
E probabilmente, alle nove di sera, non erano nemmeno moltissimi.
Non me ne importava niente.
Questa cosa oggi mi è molto familiare.
Anche quando scrivo non riesco a pensare davvero a quante persone leggeranno.
Mi interessa soprattutto riuscire a dire quello che ho dentro.
Alla radio succedeva la stessa cosa.
Solo che allora avevo poco più di vent’anni, un mixer davanti, due piatti e una montagna di dischi.
La musica che mi aveva formato negli anni Settanta era già dentro di me: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Doors.
Ma in radio non avevo particolare voglia di raccontare il passato.
Volevo sapere cosa stava succedendo.
Volevo trovare qualcosa di nuovo.
Leggevo tutto quello che riuscivo a trovare: Ciao 2001, Rockstar, Rockerilla. Nomi, gruppi, dischi, scene musicali, etichette.
Ero affamato.
Poi arrivavano i dischi.
Diamond Life di Sade fu uno di quelli.
Ancora oggi per me è un album straordinario, ma allora non era “un classico degli anni Ottanta”.
Era nuovo.
Era appena arrivato.
Lo mettevo continuamente.
Come mettevo Café Bleu degli Style Council, i Cure, i Clash, i Depeche Mode, gli Smiths, i Talking Heads, i Police.
E Donald Fagen.
The Nightfly appartiene indissolubilmente a quel periodo. Un disco che già nell’immagine di copertina aveva dentro una radio, la notte, un microfono, un uomo che sceglie musica per qualcuno che non può vedere.
Forse anche per questo mi è rimasto addosso.
Qualcuno in radio mi accusava di essere troppo esterofilo.
Aveva ragione.
Io guardavo soprattutto verso l’Inghilterra e l’America.
Dall’altra parte, nella radio concorrente, magari passavano Al Bano e Romina Power.
Noi ci sentivamo su un altro pianeta.
Probabilmente eravamo anche parecchio presuntuosi.
Ma la musica, a quell’età, non è soltanto musica.
È un modo per stabilire da che parte stare.
Per noi la distanza era più o meno quella tra Sanremo e il Club Tenco.
E noi sapevamo perfettamente da quale parte volevamo stare.
Poi c’erano i concerti.
A un certo punto riuscii a creare un contatto per vendere in Mugello i biglietti dei grandi concerti che stavano finalmente tornando in Italia.
Quella faccenda aveva un vantaggio meraviglioso.
I pass stampa.
Siccome l’accordo l’avevo trovato io, ebbi per un periodo la modestissima convinzione che i pass spettassero soprattutto a me.
Su questo nacquero anche parecchie discussioni.
Ma nel frattempo vedevo qualsiasi cosa.
Frankie Goes to Hollywood, Eric Clapton, Tears for Fears, Cure, Eurythmics.
E anche Madonna, Duran Duran, Human League, Level 42.
Non tutto mi piaceva.
Ma era gratis.
E io andavo.
Una volta riuscii perfino a entrare in una sala stampa e a intervistare Paul Weller degli Style Council.
Pensarci oggi mi fa quasi ridere.
Il ragazzo che non voleva nessuno dentro lo studio mentre trasmetteva si era presentato davanti a Paul Weller con un microfono.
Forse Mister Real serviva anche a quello.
Radio Iride aveva poi una vita propria quando noi non c’eravamo.
La notte andavano i bobinoni.
Due o tre ore di musica registrata senza parlato. Grandi bobine che arrivavano alla fine e poi ricominciavano.
Ogni tanto li preparavo anch’io.
La radio doveva continuare a trasmettere anche mentre dormivamo.
Mi piace pensare che da qualche parte, nel Mugello, ci fosse qualcuno sveglio alle tre del mattino che ascoltava una canzone scelta da noi senza sapere chi l’avesse messa lì.
Naturalmente non era tutto romantico.
C’erano la politica, le rivalità, i soldi che mancavano, la pubblicità da trovare, le riunioni infinite, gli scontri.
C’erano amori nati dentro quelle stanze e amori finiti.
C’erano persone che passavano soltanto per fumare.
C’erano fragilità che allora prendevamo probabilmente meno sul serio di quanto faremmo oggi.
Una volta uno dei ragazzi si chiuse dentro la radio con la sua fidanzata e non voleva più uscire né lasciarla uscire.
Fu uno dei primi segnali di qualcosa che negli anni successivi sarebbe diventato molto più grave. Si ammalò, dovette curarsi a lungo e molto tempo dopo si tolse la vita.
Quando penso a Radio Iride penso anche a lui.
Non posso ricordare soltanto le risate.
Dentro quei pochi metri quadrati passava una quantità enorme di vita, e noi eravamo troppo giovani per sapere dove avrebbe portato ognuno di noi.
A un certo punto anch’io me ne andai.
Ci furono contrasti con chi dirigeva la radio, anche per quella storia dei concerti e dei pass stampa. E soprattutto la mia vita stava cominciando a prendere altre direzioni.
Radio Iride invece cambiò pelle.
Divenne Teleiride.
E Teleiride esiste ancora oggi.
La radio che conoscevo io non c’è più, ma quella storia, in qualche modo, ha continuato a trasmettere.
Quando penso a quegli anni, però, non penso a una frequenza.
Penso alla porticina di Corso Matteotti.
Alle scatole dei dischi.
Al bagno tremendo.
Al fumo nello studio di sotto.
Ai pesci rossi.
Alle riunioni.
Ai soprannomi.
Al timbro con scritto RUBATO A RADIO IRIDE.
Alla mia Seat Ibiza con l’adesivo colorato di Radio Iride dietro.
E soprattutto penso a quella stanza al piano di sopra.
Alle nove di sera chiudevo la porta.
Mettevo sul piatto il primo disco.
Partiva Transformation.
E per qualche ora quel ragazzo timido non c’era più.
C’era Mister Real.
Non so quanti mi ascoltassero.
Non mi importava allora.
E, a pensarci bene, non mi importa neanche adesso.
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