Stamattina ascoltavo No Light, No Light e mi sono fatto una domanda che, a pensarci bene, non è affatto semplice.
Quali sono le mie canzoni d'amore? Non le più belle mai scritte. Non quelle che troverei in una classifica. Le mie.
Ho cominciato a cercarle nella memoria e mi sono accorto quasi subito di una cosa: sono tutte complicate.
Forse perché non ho mai creduto molto all'amore raccontato come un posto tranquillo nel quale finalmente sedersi.
Nelle canzoni che amo l'amore sposta, inquieta, desidera, pretende, illumina e qualche volta fa buio.
Florence Welch lo racconta meravigliosamente in No Light, No Light.
È probabilmente da lì che partirei se qualcuno mi chiedesse oggi di scegliere una canzone d'amore.
E la cosa curiosa è che non è affatto una canzone d'amore rassicurante.
Dentro c'è qualcuno che può essere contemporaneamente luce e oscurità. C'è il bisogno dell'altro, ma anche la paura di ciò che quel bisogno comporta. C'è quella parte dell'amore che ci rende vulnerabili proprio perché abbiamo consegnato a un'altra persona la possibilità di farci stare meravigliosamente bene e terribilmente male.
Forse è questo che mi ha sempre affascinato nelle grandi canzoni d'amore.
Non raccontano il sentimento.
Raccontano quello che il sentimento ci fa.
Bruce Springsteen cominciò a scrivere Because the Night, poi Patti Smith la prese e la fece diventare qualcosa di suo. Ed è difficile pensare a una dichiarazione più fisica. La notte, il desiderio, due persone che per qualche ora sembrano poter tenere fuori tutto il resto.
L'amore può essere anche quello.
Corpo. Urgenza. Desiderio.
Ma non rimane mai soltanto lì.
Lucio Dalla riesce a dire qualcosa di ancora più vertiginoso con quattro parole:
Tu non mi basti mai.
È una frase meravigliosa e, se ci pensiamo, anche impossibile.
Perché quanto deve bastarci una persona?
Quanto possiamo chiedere all'altro prima che l'amore diventi bisogno?
Eppure conosco perfettamente quella sensazione. Quando qualcuno ci importa davvero, vorremmo sempre un minuto in più, una parola in più, un gesto in più. L'amore sembra avere questo strano difetto. Non conosce bene la parola abbastanza.
Forse è per questo che Prince poteva arrivare fino a I Would Die 4 U.
Da ragazzo quella frase mi sembrava una delle dichiarazioni più potenti possibili.
Morirei per te.
Non c'è più niente da aggiungere.
Molti anni dopo ho ritrovato qualcosa di sorprendentemente simile in una band che appartiene a un'altra generazione.
I Wanna Be Yours.
Gli Arctic Monkeys usano altre parole, un altro suono, un'altra ironia, ma sotto rimane quella stessa vertigine: voglio essere tuo.
Consegnarsi completamente. Perdere per un momento il confine tra me e te.
Gli U2 spostano ancora di pochissimo quella linea.
All I Want Is You.
Potrei desiderare tutto.
Invece scelgo te.
E allora mi sono chiesto se per molti anni non abbiamo confuso proprio questo con l'amore: l'assoluto.
Morire per qualcuno. Essere di qualcuno. Volere soltanto qualcuno. Non averne mai abbastanza.
Sono frasi bellissime dentro una canzone.
Nella vita diventano molto più complicate.
Perché amare qualcuno dovrebbe significare anche riuscire a rimanere noi stessi.
Ed è qui che entra una canzone apparentemente lontanissima da Prince, dagli U2 e dagli Arctic Monkeys.
Iris, dei Goo Goo Dolls.
Forse una delle canzoni d'amore più vulnerabili che conosca.
Perché a un certo punto dell'esistenza non basta più essere desiderati.
Vogliamo essere visti.
Davvero.
Non la versione migliore che abbiamo costruito per gli altri.
Non quella che mostriamo quando vogliamo piacere.
Noi.
Con quello che funziona e quello che non funziona affatto.
Essere guardati da qualcuno e avere la sensazione che abbia capito chi siamo.
Forse questa è una delle forme più difficili dell'intimità.
E inevitabilmente, quando penso all'amore attraverso le canzoni, prima o poi incontro l'assenza.
Nothing Compares 2 U.
Prince l'aveva scritta, ma Sinéad O'Connor l'ha trasformata in qualcosa che sembra appartenere soltanto a lei.
Non racconta più ciò che siamo disposti a fare per amore.
Racconta quello che succede quando l'altro non c'è.
Il mondo continua.
Possiamo fare quello che vogliamo.
Possiamo uscire, incontrare persone, riempire le giornate.
Eppure niente è paragonabile.
Anche l'assenza, evidentemente, è uno dei linguaggi dell'amore.
Ligabue usa invece due parole semplicissime:
Ti sento.
E forse non serve molto altro.
Perché alcune persone non abbiamo bisogno di vederle per percepirne la presenza.
Restano in una canzone, in un luogo, in un odore, in qualcosa che passa improvvisamente davanti agli occhi.
Le sentiamo.
Poi, in questa strana geografia sentimentale, incontro Ivano Fossati.
L'amore trasparente.
E quella parola, trasparente, oggi mi sembra molto più difficile di eterno.
Perché forse essere trasparenti significa smettere di nascondersi.
Non possedere. Non sacrificarsi. Non diventare dell'altro. Non chiedergli di salvarci.
Semplicemente mostrarsi.
E lasciare che l'altro faccia altrettanto.
Forse dopo una vita passata ad ascoltare canzoni d'amore è questa la cosa che continua a sorprendermi.
Non abbiamo ancora trovato una definizione.
Prince è disposto a morire.
Dalla non ne ha mai abbastanza.
Bono non vuole nient'altro.
Alex Turner vuole appartenere.
Sinéad scopre che niente può sostituire ciò che non c'è più.
I Goo Goo Dolls chiedono soltanto di essere visti.
Fossati cerca la trasparenza.
E Florence rimane lì, al centro.
No Light, No Light.
Luce e buio.
Forse hanno ragione tutti.
Perché l'amore, in momenti diversi della nostra vita, può essere stato tutte queste cose.
Desiderio e paura. Presenza e assenza. Appartenenza e libertà. Luce e oscurità.
E forse abbiamo scritto migliaia di canzoni d'amore proprio perché una risposta definitiva non esiste.
Io continuo ad ascoltarle.
Continuo a riconoscermi in alcune e a non capire completamente altre.
Continuo persino a cambiare idea su quelle che conosco da quarant'anni.
Perché le canzoni rimangono uguali.
Siamo noi che, ascoltandole, diventiamo diversi.
E forse è proprio per questo che continuiamo ad averne bisogno.
Non per capire finalmente che cosa sia l'amore.
Ma per ricordarci che, almeno una volta nella vita, ci ha messi fuori equilibrio.
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