Ci sono artisti che costruiscono carriere immense, piene di dischi importanti, di conferme, di evoluzioni. E poi ce ne sono altri che, quasi all’improvviso, trovano una forma di grazia irripetibile e lasciano dietro di sé un disco solo capace di bastare per sempre.
Per me Steve McQueen dei Prefab Sprout è esattamente questo.
Un capolavoro unico. Uno di quei dischi che non hanno mai avuto davvero bisogno di un seguito all’altezza, perché dentro ci avevano già messo tutto. La malinconia, l’intelligenza, la leggerezza apparente, la scrittura alta, il romanticismo storto, la fragilità, la grazia e perfino una forma di disperazione trattenuta che non alza mai la voce e proprio per questo arriva più a fondo.
Forse c’entra anche il personaggio che era Paddy McAloon. Uno dei più grandi songwriter inglesi della sua generazione, eppure quasi sempre rimasto in una zona un po’ laterale, come se il mondo non avesse mai capito davvero quanto fosse speciale. Un personaggio obliquo, coltissimo, con un passato da seminarista che in qualche modo sembra riaffiorare nella sua scrittura. Non in senso religioso, ma in quel modo tutto suo di trattare i sentimenti con una specie di pudore solenne, come se anche l’amore, il desiderio e la perdita avessero bisogno di una loro liturgia privata.
E poi c’era quella copertina.
Quella moto.
Quel titolo preso in prestito da Steve McQueen, il mito americano filtrato da una band inglesissima che con l’America giocava soprattutto per immaginazione, per cinema interiore, per iconografia. Già da lì si capiva che non sarebbe stato un disco pop qualunque. C’era qualcosa di elegante, di vagamente cinematografico, di fuori fuoco. Come se i Prefab Sprout stessero inseguendo un’America mentale più che reale, e dentro quel viaggio avessero infilato il loro disco più bello.
Io li vidi anche dal vivo a Firenze. E naturalmente dentro quel ricordo c’è tutta l’ironia di quegli anni, compresa quella “biondina dei Prefab Sprout” su cui scherzavamo con gli amici, convinti che fosse lì più come presenza scenica e compagna di Paddy McAloon che per un vero ruolo musicale. Ma poi basta rimettere sul piatto Steve McQueen e ogni sorriso lascia subito spazio a una verità molto più seria: questo disco non invecchia mai.
Non invecchia perché non si consuma.
Non si esaurisce.
Non perde fascino.
E soprattutto non smette di suonare unico.
La cosa straordinaria di Steve McQueen è che sembra un disco leggero, quasi arioso, pieno di melodie perfette, di arrangiamenti luminosi, di un pop elegantissimo che non cerca mai di imporsi. E invece sotto quella superficie scorre continuamente qualcosa di più inquieto. Una malinconia adulta. Un senso di fragilità. Una serie di canzoni che parlano d’amore, di desiderio, di disillusione, ma lo fanno con una classe che non diventa mai esibizione.
La prima facciata del disco, da questo punto di vista, è quasi perfetta.
Faron Young apre il viaggio con un’ironia che sembra leggera ma non lo è mai davvero. È come se Paddy McAloon volesse subito dirti che i Prefab Sprout non saranno mai una semplice band pop: troppo colti, troppo obliqui, troppo intelligenti per accontentarsi di una bella melodia. C’è già in partenza quel loro modo tutto particolare di stare dentro la forma canzone e allo stesso tempo di smontarla dall’interno.
Poi arriva Bonny, e lì per me si entra in una delle zone più belle del disco. È una canzone delicata, malinconica, quasi trattenuta, che porta dentro di sé tutta l’eleganza sentimentale dei Prefab Sprout. E dentro Bonny c’è un verso che da solo basterebbe a spiegare perché Paddy McAloon fosse uno scrittore diverso dagli altri:
“All my silence seems a strange respect.”
È una frase meravigliosa, perché non racconta il dolore in modo diretto, non dice “non so cosa dire”, non alza il volume del sentimento. Fa qualcosa di molto più difficile: trasforma il silenzio in una forma di rispetto, di resa, di distanza, forse perfino d’amore. È una frase che contiene tutto il mondo di McAloon: il pudore, la misura, la capacità di lasciare il dolore appena sotto la superficie, senza mai trasformarlo in melodramma.
E poi c’è Appetite.
La mia preferita.
Una canzone che continua a sembrarmi irresistibile ogni volta che la riascolto. Ha dentro il lato più seducente del disco, quello che ti prende quasi per mano con leggerezza, ma sotto porta con sé una fame emotiva che non si placa mai del tutto. Appetite scorre, seduce, gira su sé stessa con un’eleganza quasi naturale, e intanto racconta il desiderio, l’inquietudine, il bisogno di qualcosa che non si riesce a definire fino in fondo. È una canzone che sorride e soffre nello stesso momento, e forse è proprio per questo che non mi stanca mai.
Naturalmente il cuore emotivo del disco resta When Love Breaks Down.
Una delle più belle canzoni d’amore finite male degli anni Ottanta. Ma anche qui, la grandezza di Paddy McAloon sta nel modo in cui evita qualsiasi teatralità. Non c’è nessun gesto enfatico, nessuna implorazione, nessun dolore esibito. C’è invece una compostezza quasi crudele, come se la fine di un amore fosse qualcosa da accettare con dignità, pur sapendo che ti sta spaccando dentro. E forse è proprio questo a renderla così forte: non cerca mai l’effetto, e proprio per questo l’effetto arriva tutto.
Ma il momento in cui Steve McQueen mostra davvero il suo lato più puro, per me, è Goodbye Lucille #1.
Perché lì la malinconia dei Prefab Sprout smette di essere soltanto elegante e diventa qualcosa di più profondo. Qualcosa di quasi disperato, ma senza mai perdere il controllo. E questa è la loro grandezza: non trasformano mai la tristezza in teatro. Non fanno sceneggiate sentimentali. Non chiedono compassione. Ti lasciano semplicemente davanti a una ferita aperta, raccontata con una lucidità e una grazia che fanno ancora più male.
Forse è anche per questo che Steve McQueen non è un disco che tutti capiscono davvero.
Al primo ascolto può sembrare leggero. Perfino troppo leggero, se uno si ferma alla superficie. Le melodie sono limpide, gli arrangiamenti hanno una grazia quasi naturale, tutto sembra scorrere con una facilità disarmante. E invece il punto è proprio lì: Steve McQueen non è un disco che si concede subito.
Ha bisogno di tempo.
Ha bisogno di essere frequentato.
Di essere lasciato lì, vicino, e ripreso negli anni, finché certe canzoni non cominciano a rivelare quello che all’inizio avevano tenuto nascosto. Perché sotto quella leggerezza apparente c’è moltissimo altro: la fragilità, il desiderio, la malinconia, la disillusione, l’ironia, e soprattutto una scrittura che non cerca mai di impressionare, ma finisce per restarti addosso molto più a lungo di tanti dischi più vistosi.
Forse è per questo che continuo ad amarlo così tanto.
Perché non mi ha mai chiesto di essere conquistato subito.
Ha semplicemente aspettato il tempo necessario per farsi capire.
E i grandi dischi, in fondo, fanno anche questo: non ti colpiscono soltanto. Ti accompagnano. Ti crescono accanto. E a distanza di anni continuano a restituirti qualcosa che al primo ascolto non avevi ancora sentito.
Per me Steve McQueen resta lì, in quella categoria rarissima di album che non hanno bisogno di spiegarsi a tutti, né di piacere subito, né di costruirsi una carriera perfetta intorno. Gli basta essere quello che è: un capolavoro discreto, obliquo, intelligentissimo, che non si consuma e non si esaurisce.
Uno di quei dischi che, se gli dai tempo, finiscono per restarti dentro per sempre.
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