Soglia

Pubblicato il 24 giugno 2026 alle ore 21:25

Ogni tanto riguardo i miei biglietti dei concerti.

Non lo faccio per nostalgia, o almeno non solo. Li guardo come si guardano certe vecchie fotografie, sapendo che dentro quei pezzi di carta non ci sono soltanto date, luoghi e nomi stampati, ma pezzi interi di vita. Ci sono le città, gli amici, le attese, le corse per arrivare in tempo, le luci che si abbassano, i bis, le notti che finivano tardi e la sensazione, ogni volta, che la musica potesse davvero tenere insieme il mondo.

Stavolta però mi sono accorto di un’altra cosa.

Molti di quei biglietti raccontano artisti che non ci sono più. Lou Reed, David Bowie, Frank Zappa, Rick Wright. E all’improvviso quei pezzi di carta hanno smesso di essere soltanto memoria. Sono diventati la prova che quelle voci le ho viste vive. Che quei corpi, oggi assenti, una volta erano lì davanti a me, in carne, suono e presenza.

Forse è da qui che nasce questo post.

Non dalla morte del rock raccontata come leggenda, e nemmeno dal catalogo di eccessi che accompagna da sempre questo mondo. Quando si parla di fine nel rock si finisce quasi inevitabilmente dalle stesse parti: overdose, suicidi, il club dei 27, il mito dell’artista che brucia in fretta e diventa immortale.

A me, oggi, interessa altro.

Mi interessano le assenze che riportano i giganti alla loro dimensione più vera. Quelle che non hanno bisogno di essere romanzate. Quelle che assomigliano alla vita.

Il primo nome che mi viene in mente è Rick Wright, il tastierista dei Pink Floyd e autore di The Great Gig in the Sky.

Rick Wright è sempre stato una figura particolare. Non era il centro dei Pink Floyd, non aveva il peso scenico di David Gilmour né la forza dominante di Roger Waters. Eppure era uno di quegli artisti senza i quali certe band semplicemente non esisterebbero nello stesso modo. Un uomo mite, silenzioso, capace di lasciare dentro il suono dei Pink Floyd una parte decisiva della propria anima.

La sua morte mi ha colpito proprio per questo. Per il suo essere discreta, quasi appartata, in perfetta coerenza con il personaggio.

E mi colpisce ancora di più pensando a The Great Gig in the Sky, a quella melodia sospesa che Wright scrive e che poi incontra la voce di Clare Torry, trasformandosi in qualcosa di irripetibile. Un brano senza parole eppure capace di dire tutto.

David Gilmour, ricordandolo dopo la sua morte, disse una cosa che secondo me rimette tutto al posto giusto: la sua voce profonda e il suo modo di suonare erano componenti vitali e magiche del suono dei Pink Floyd, e senza Us and Them e The Great Gig in the Sky — entrambe composte da Wright — The Dark Side of the Moon non sarebbe stato lo stesso disco. È il modo più semplice e più giusto per dire ciò che Rick Wright è stato davvero: non una figura laterale, ma uno dei custodi più profondi dell’anima dei Pink Floyd.

Io non ho mai pensato a The Great Gig in the Sky come a una canzone sulla morte. L’ho sempre sentita come un accompagnamento. Come il momento in cui qualcosa si stacca dal corpo e se ne va, se davvero esiste un’anima, portata via da una voce che non ha bisogno di spiegare niente.

Per questo l’ho sempre immaginata come la musica del mio ultimo viaggio.

Un anno fa quella canzone ha smesso di essere soltanto una delle vette dei Pink Floyd.

È diventata qualcosa di più concreto.

Quando mi sono trovato a fare i conti con un tumore e con un’operazione di cui non conoscevo davvero l’esito, la fine ha smesso di essere un’idea astratta. Non l’ho vissuta con il terrore che avrei immaginato. La cosa più strana è stata un’altra: a un certo punto mi sono sentito quasi spettatore di me stesso, come se mi fossi staccato dal mio corpo e stessi osservando quell’uomo da fuori.

È stato allora che ho capito davvero cosa significa essere mortali.

Lo sappiamo tutti, naturalmente. Ma saperlo e sentirlo addosso sono due cose molto diverse.

Da quel momento anche The Great Gig in the Sky è cambiata. O forse sono cambiato io. Quella musica non era più soltanto un’intuizione poetica. Era diventata una possibilità concreta. Una domanda.

David Bowie, invece, ha fatto qualcosa di diverso.

Non ha accompagnato la fine. L’ha guardata negli occhi e le ha dato una forma.

È questo che mi colpisce ancora oggi di Blackstar e soprattutto di Lazarus. Non importa se sia o meno uno dei suoi dischi migliori. Il punto è la lucidità con cui Bowie ha trasformato la propria uscita di scena in un ultimo gesto artistico.

Un testamento non scritto su carta, ma in musica.

“Look up here, I’m in heaven”.

Bastano quelle parole per capire che lì dentro non c’è soltanto una canzone. C’è qualcuno che sta mettendo ordine alla propria assenza. E colpisce ancora di più pensare alla sequenza di quei giorni: Blackstar esce l’8 gennaio 2016, nel giorno del suo compleanno; due giorni dopo Bowie non c’è più. Poco prima aveva voluto essere presente alla prima di Lazarus, quasi a presidiare fino all’ultimo il proprio congedo artistico. Molti dei musicisti che avevano lavorato al disco, del resto, non sapevano nemmeno che fosse malato.

Forse è per questo che Bowie mi colpisce così profondamente. Perché, a modo suo, ha fatto quello che anch’io mi sono trovato a fare un anno fa: confrontarsi con la fragilità e decidere di non nasconderla. Non spettacolarizzarla. Non trasformarla in pietà. Ma darle una forma.

La cosa che mi ha sorpreso di più, nel mio piccolo, è stata scoprire che davanti a quella possibilità non provavo la paura che avrei immaginato. C’era soprattutto consapevolezza. La constatazione che quel momento arriva per tutti. Che il punto non è se accadrà, ma come ci trovi quando accade.

Bowie ha trasformato questa consapevolezza in arte.

Lou Reed, invece, è il contrario della leggenda che si era costruito addosso.

Aveva tutto per diventare una delle grandi morti maledette del rock. I Velvet Underground, la New York degli eccessi, le droghe, le notti senza fine. Era uno di quelli da cui ti saresti aspettato una fine spettacolare.

E invece no.

Ha attraversato quel mondo senza lasciarsene divorare. L’eroina gli aveva lasciato addosso anche un’eredità concreta e feroce — l’epatite C, che negli anni avrebbe contribuito a devastargli il fegato — ma la sua fine non ha avuto nulla della leggenda tossica che il rock ama costruire attorno ai propri caduti. Se n’è andato come se ne vanno le persone vere: con una malattia, con la sofferenza, con una compagna accanto ad accompagnarlo fino alla fine.

Laurie Anderson raccontò poi che Lou non si era dato per vinto fino a mezz’ora prima di morire, quando all’improvviso “l’ha accettato, tutto di un colpo e completamente”. È una frase che mi colpisce molto, perché dentro ci sento qualcosa di profondamente umano: la resistenza, la lotta, e poi quel momento in cui smetti di opporre forza e riconosci semplicemente che la soglia è arrivata. Nessuna leggenda, nessun mito tossico. Solo la fragilità di un corpo che si spegne e la presenza di qualcuno che gli resta accanto.

Anche questa, per me, è una forma di grandezza.

Frank Zappa porta questo discorso ancora più all’estremo.

Perché Zappa era tutto fuorché normale. Irriverente, provocatorio, imprevedibile. Uno dei cervelli più liberi che il rock abbia mai prodotto.

Se c’era qualcuno da cui ti saresti aspettato una fine assurda, teatrale, fuori misura, era lui.

E invece anche Zappa se n’è andato nel modo più umano possibile.

Per un tumore.

Giovane, troppo giovane, ma senza nessuna delle mitologie che il rock ama costruire attorno ai propri caduti. Nemmeno la malattia gli tolse la sua natura di provocatore: fino agli ultimi tempi restò fedele alla sua ironia corrosiva e alla sua ostinazione polemica, quasi a voler dimostrare che il corpo poteva cedere, ma non il carattere.

È forse questo il punto che mi colpisce di più riguardando quei biglietti.

Rick Wright. David Bowie. Lou Reed. Frank Zappa.

Quattro artisti diversissimi, uniti da una stessa verità.

Non mi interessano per il modo in cui il rock ha raccontato la loro fine. Mi interessano per il modo in cui la loro fine li ha riportati alla vita.

A ciò che erano davvero.

Uomini.

Forse è per questo che continuo a conservare quei biglietti con una cura quasi maniacale.

Perché oggi li guardo in modo diverso.

Non sono soltanto ricordi di concerti. Sono prove di esistenza. La dimostrazione che quelle voci, prima di diventare memoria, sono state corpi, respiri, fragilità.

E forse è questo che mi colpisce più di ogni altra cosa, un anno dopo.

Non tanto il fatto che siamo mortali — quello lo sappiamo da sempre — ma il modo in cui certe canzoni cambiano quando capisci che quella parola riguarda anche te.

The Great Gig in the Sky non è più soltanto una delle pagine più alte dei Pink Floyd.

Lazarus non è più soltanto il congedo di Bowie.

Lou Reed e Frank Zappa non sono più soltanto nomi dentro una collezione di concerti.

Tutto si sposta leggermente.

Come se la musica smettesse di essere soltanto colonna sonora e diventasse anche un modo per stare davanti alla nostra fragilità senza abbassare lo sguardo.

Forse è per questo che, tra tutte le assenze del rock, oggi mi interessano di più quelle silenziose.

Quelle che non chiedono di essere mitizzate, ma comprese.

Quelle che non fanno spettacolo, ma lasciano una voce, una melodia, un’idea, un pezzo di verità a farci compagnia.

E forse, in fondo, è questo che chiedo anch’io alla musica da sempre:

non di salvarmi dalla fine, ma di accompagnarmi mentre provo a capire che fa parte della vita.

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