Qualche giorno fa avevo scritto un post sui Cure.
Si intitolava Le canzoni che ci aspettano.
Dicevo che alcune canzoni non passano. Restano lì, in silenzio, aspettando il momento giusto per tornare nelle nostre vite.
Domenica sera, sotto il palco del Firenze Rocks, ho scoperto che era tutto vero.
Ma ho scoperto anche un'altra cosa.
Le canzoni che aspettiamo sono importanti.
Quelle che non ci aspettavamo di ritrovare lo sono ancora di più.
Aspettavo A Night Like This.
Aspettavo Pictures of You.
Aspettavo A Forest.
Aspettavo Friday I'm in Love.
Aspettavo persino Boys Don't Cry.
E c'erano tutte.
Ma non è stata nessuna di loro a farmi piangere.
È stata Trust.
Non me lo aspettavo.
Forse perché certe canzoni aspettano il momento giusto.
E forse quel momento, per me, era domenica sera.
I Cure sono saliti sul palco con Alone e da lì è iniziato un viaggio che per oltre tre ore mi ha portato avanti e indietro nel tempo. Le prime note di Pictures of You hanno aperto immediatamente una finestra sui ricordi. Poi High, A Night Like This, Lovesong.
A quel punto avevo già capito che sarebbe stata una serata speciale.
Non una celebrazione nostalgica.
Non una band che vive di passato.
Una band viva.
Più viva di moltissimi artisti che hanno la metà degli anni di Robert Smith.
E poi che scaletta.
Il coraggio di inserire Secrets. La bellezza malinconica di A Fragile Thing. L'oscurità magnetica di Burn. La potenza di Fascination Street. L'energia travolgente di Push. L'abbraccio collettivo di In Between Days e Play for Today.
E naturalmente A Forest.
La mia amata A Forest.
Quella linea di basso ipnotica che da oltre quarant'anni continua a inseguire qualcosa che sfugge sempre. Una persona. Un ricordo. Una verità. Forse noi stessi.
Quando è partita, ho sentito esattamente quello che immaginavo di sentire.
Ma il concerto aveva ancora una sorpresa da regalarmi.
Trust.
Non so spiegarlo completamente.
Forse perché alcune parole, con il passare degli anni, cambiano significato.
Forse perché la fiducia è una delle cose che la vita ci insegna a perdere e a ritrovare continuamente.
Forse perché negli ultimi anni quella parola è diventata più importante di quanto fosse mai stata.
So soltanto che mentre Robert Smith la cantava mi sono ritrovato con gli occhi pieni di lacrime.
Non era nostalgia.
Non era tristezza.
Era gratitudine.
Per essere lì.
Per essere ancora vivo.
Per poter ascoltare quella musica dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni.
Per poter condividere quella serata con mia figlia.
Perché la cosa più bella di tutta la giornata non è stata soltanto il concerto.
È stata lei.
Partita alle dieci del mattino per conquistare la transenna.
Determinata.
Felice.
Emozionata.
Talmente vicina al palco da finire persino nei video e nelle immagini di Virgin Radio.
Io invece sono arrivato molto più tardi.
Mi sono sistemato molti metri più indietro.
Lei davanti a costruire i suoi ricordi.
Io dietro a ritrovare i miei.
E mentre guardavo Robert Smith ho avuto la sensazione stranissima che il tempo si fosse piegato.
Perché il ragazzo che vedeva i Cure negli anni Ottanta era lì.
Ma c'era anche l'uomo di oggi.
Con qualche cicatrice in più.
Qualche illusione in meno.
Molte storie da raccontare.
Poi è arrivato il finale.
E che finale.
Lullaby.
The Walk.
Let's Go to Bed.
Finalmente Let's Go to Bed, una di quelle canzoni leggere, irresistibili e scanzonate che non avevo mai avuto la fortuna di ascoltare dal vivo.
Poi Mint Car.
Friday I'm in Love.
The Lovecats.
Close to Me.
Why Can't I Be You?
E infine Boys Don't Cry.
A quel punto non era più un concerto.
Era una festa.
Una celebrazione della vita.
Perché forse il più grande equivoco sui Cure è stato considerarli per anni la band della malinconia.
I Cure non parlano della tristezza.
Parlano della vita.
Di tutta la vita.
Dell'amore.
Della perdita.
Della memoria.
Dell'ironia.
Della paura.
Della gioia.
Della capacità di continuare a meravigliarsi.
Quando il concerto è finito e siamo tornati verso casa, attraversando Firenze in bicicletta nella notte, è successo qualcosa che non faccio quasi mai.
Ho preso due dei miei vinili e li ho regalati a mia figlia.
Disintegration.
Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me.
Chi mi conosce sa quanto io sia geloso dei miei dischi.
Per anni sono stati molto più di semplici album.
Sono stati compagni di viaggio.
Pezzi della mia storia.
Eppure in quel momento mi è sembrato naturale.
Perché certe passioni non si conservano.
Si tramandano.
Forse è stato proprio allora che ho capito cosa mi aveva emozionato così tanto di questa serata.
Non erano soltanto le canzoni.
Non era soltanto Robert Smith.
Era vedere quella musica continuare il suo viaggio.
Da una generazione all'altra.
Dal ragazzo che ascoltava A Night Like This negli anni Ottanta alla ragazza che nel 2026 canta le stesse canzoni sotto un palco.
E in fondo, per uno che ama la musica come me, non esiste finale più bello.
Qualche giorno fa avevo scritto che alcune canzoni non passano.
Domenica sera ho scoperto che è vero.
Non passano.
Ci aspettano.
La playlist straordinaria della scaletta la trovate qui: https://open.spotify.com/playlist/5R3M4WP6vpLOtIlNjQsPIi?si=7103019fceb24668
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