Ci sono canzoni che ascoltiamo per un periodo della nostra vita.
E poi ci sono canzoni che restano lì.
In silenzio. Ad aspettarci.
Pensavo ai Cure in questi giorni, mentre si avvicina il concerto di domenica sera al Firenze Rock
E mi sono reso conto che la mia storia con loro è stata strana.
Negli anni Ottanta li ho amati profondamente. Li ho visti dal vivo due volte (ed anche visti da vicino visto che erano ospiti nell'hotel dove lavoravo) quando erano nel pieno della loro grandezza creativa, quando pubblicavano dischi come The Head on the Door e Disintegration, quando Robert Smith era già un'icona e i Cure sembravano la colonna sonora perfetta per una generazione che viveva di notti infinite, malinconie eleganti e sentimenti complicati.
Poi, per qualche motivo, li ho messi da una parte.
Non perché avessi smesso di amarli. Forse perché volevo conservarli intatti come si fa con certe fotografie.
Come si fa con certi ricordi che non vuoi vedere invecchiare. Per anni sono rimasti lì, in uno scaffale della memoria.
Poi, quattro anni fa, sono tornati.
Li ho rivisti a Firenze con mia figlia quasi senza aspettative. In fondo avevo già visto i Cure che volevo vedere. Avevo già conosciuto il loro periodo magico. E invece mi sono trovato davanti uno dei concerti più belli della mia vita.
Non me lo aspettavo. Non mi aspettavo un Robert Smith così in forma.
Non mi aspettavo una band così potente. Non mi aspettavo che quelle canzoni, dopo tutti quegli anni, fossero ancora così vive.
Da quella sera i Cure sono tornati prepotentemente nelle mie playlist.
Ma soprattutto sono tornati nella mia testa. Perché alcune canzoni non invecchiano, siamo noi a cambiare.
E quando le ritroviamo ci raccontano una storia diversa.
A Night Like This è una di quelle.
Bastano poche note e torno immediatamente agli anni Ottanta. Non è nemmeno una canzone, ormai. È una porta. Dietro quella porta ci sono serate, amici, locali, concerti, sogni, una Firenze che forse non esiste più e un ragazzo che stava cercando di capire quale posto occupare nel mondo.
Ogni generazione ha le sue macchine del tempo.
La mia, molto spesso, è fatta di canzoni.
Come A Forest.
Forse la canzone che più di ogni altra rappresenta l'essenza dei Cure.
Quel basso ipnotico (ho una figlia bassista...che certe cose le nota)
Quella batteria incessante. Quella sensazione di rincorrere qualcosa che continua a sfuggirti.
Una persona.
Un ricordo.
Una verità.
Forse perfino te stesso.
Non racconta una storia lineare. È uno stato mentale. Un paesaggio interiore. Ed è incredibile come, dopo più di quarant'anni, continui a sembrare contemporanea. Forse perché tutti, prima o poi, ci siamo trovati dentro una foresta a cercare qualcosa che non riuscivamo ad afferrare.
I Cure hanno sempre avuto questa capacità straordinaria: trasformare la malinconia in bellezza.
E forse il loro capolavoro assoluto in questo senso è Pictures of You.
Ogni volta che la ascolto penso a quanto la memoria sia una cosa strana. Conserva dettagli insignificanti e cancella momenti che sembravano enormi. Eppure basta una fotografia, una canzone, un profumo, e tutto torna improvvisamente presente.
Non come era.
Ma come lo ricordiamo.
Poi c'è Burn, oscura, magnetica, inquieta. Una canzone che sembra arrivare da un luogo sospeso tra sogno e incubo e che ancora oggi conserva una forza impressionante.
E poi, all'improvviso, arrivano i Cure che nessuno si aspettava.
Quelli luminosi.
Quelli che riescono a sorridere.
Quelli di Friday I'm in Love (ed anche Just like Heaven)
Una canzone che continua a mettermi di buon umore dopo tutti questi anni.
Ed è forse proprio questo uno dei segreti della grandezza di Robert Smith. Essere riuscito a scrivere alcune delle canzoni più malinconiche mai registrate e, allo stesso tempo, alcune delle più luminose.
Come se avesse sempre saputo che la vita vera sta nel mezzo.
Tra l'ombra e la luce. Tra la nostalgia e la gioia. Tra ciò che perdiamo e ciò che continuiamo a trovare.
E poi c'è un'altra cosa che mi colpisce.
Nel 2024 i Cure hanno pubblicato Songs of a Lost World.
Confesso che non mi aspettavo molto.
Dopo tanti anni, quanti artisti riescono davvero a sorprendere?
Pochissimi.
E invece Robert Smith ha fatto qualcosa di straordinario.
Non ha cercato di imitare il passato.
Non ha cercato di rincorrere la giovinezza.
Ha dialogato con il tempo.
Con le assenze.
Con la memoria.
Con la maturità.
E il risultato mi ha lasciato sinceramente a bocca aperta.
È una lezione che pochi artisti riescono a dare.
La grande arte non consiste nel restare giovani. Consiste nel restare veri.
Domenica sera sarò sotto quel palco (o meglio mia figlia alle transenne ed io un pò più indietro a godermi lo spettacolo)
Molto diverso dal ragazzo che ascoltava A Night Like This negli anni Ottanta.
Con qualche cicatrice in più. Qualche illusione in meno. Molte storie da raccontare.
E probabilmente mi emozionerò moltissimo quando partiranno le prime note di A Forest, di Pictures of You, di Friday I'm in Love e, alla fine, di Boys Don't Cry.
Perché il ragazzo che ero e l'uomo che sono oggi, per qualche ora, saranno nello stesso posto.
Ed è forse questo il regalo più bello che ci fanno certi artisti.
Non ci riportano indietro nel tempo.
Ci permettono di portare con noi tutte le persone che siamo stati.
Perché alcune canzoni non passano.
Ci aspettano. Ci aspetta una 'notte così'
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