La Regina è morta. Viva la Regina

Pubblicato il 4 giugno 2026 alle ore 23:07

Non ho mai considerato gli Smiths una semplice band.

Sono stati uno stato d’animo.

Per molti della mia generazione rappresentavano quel momento preciso in cui scoprivi che la malinconia poteva essere elegante, che l’ironia poteva nascondere ferite profonde e che sentirsi diversi non era necessariamente una colpa.

Negli anni Ottanta c’erano gruppi che volevano conquistare il mondo. Gli Smiths sembravano interessati a qualcosa di completamente diverso. Raccontavano gli esclusi, gli insicuri, quelli che non si sentivano a proprio agio nelle feste, quelli che passavano più tempo a pensare che a parlare.

E nessun disco racconta tutto questo meglio di The Queen Is Dead.

Un album che ancora oggi continua a sembrare straordinariamente vivo.

Già dalla title track, The Queen Is Dead, si capisce che non sarà un viaggio tranquillo. Morrissey prende di mira simboli, convenzioni, rispettabilità e lo fa con quel sarcasmo tipicamente britannico che diventerà la sua firma. Ma dietro la provocazione c’è già qualcosa di più profondo: la sensazione di non sentirsi rappresentati da niente e da nessuno.

In Frankly, Mr. Shankly quel sarcasmo diventa quasi comico. È una canzone che parla di fuga, del desiderio di andarsene da un ambiente che ti soffoca. E quanti di noi, almeno una volta nella vita, hanno sognato di alzarsi e andarsene senza voltarsi indietro?

Poi però il disco cambia pelle.

E arriva I Know It's Over.

Per me uno dei momenti più alti non solo degli Smiths, ma della musica degli anni Ottanta.

Qui l’ironia scompare completamente.

Rimane soltanto la vulnerabilità.

È una canzone che parla della fine, della perdita, dell’amore non corrisposto, ma soprattutto della paura di restare soli. Una paura che Morrissey racconta senza protezioni, quasi senza difese.

E dentro quel brano c’è una frase che negli anni è diventata una specie di manifesto personale:

"It takes strength to be gentle and kind."

Ci vuole forza per essere gentili e per essere buoni.

Più passano gli anni e più penso che sia vero.

Perché il cinismo è facile. La durezza è facile. Chiudersi è facile.

Restare aperti al mondo dopo le delusioni, dopo le ferite, dopo le perdite, richiede molto più coraggio.

Subito dopo arriva Never Had No One Ever, forse il brano più cupo del disco, dove la solitudine smette di essere una condizione temporanea e diventa quasi una geografia dell’anima.

Poi gli Smiths fanno una delle cose che sapevano fare meglio di chiunque altro: alleggerire il peso senza cancellarlo.

Cemetry Gates è brillante, letteraria, ironica. Un dialogo tra tombe, libri e citazioni che solo una band come questa poteva trasformare in una canzone pop.

Ma è con Bigmouth Strikes Again che il disco torna a mordere.

Quanto è moderna questa canzone?

Parla di chi dice troppo, di chi spesso si mette nei guai con le proprie parole, di chi usa l’ironia come arma e poi scopre che ogni arma finisce per lasciare ferite anche a chi la impugna.

Ogni volta che la ascolto penso a quante volte nella vita siamo stati tutti, almeno un po’, dei "bigmouth". Quante volte abbiamo parlato troppo, reagito d’istinto, detto cose che avremmo voluto riprendere indietro.

Eppure dentro quel brano c’è anche qualcosa di liberatorio.

L’idea che essere imperfetti sia infinitamente più interessante che essere impeccabili.

Poi arriva il momento in cui il disco smette di essere un grande album e diventa un capolavoro assoluto.

There Is a Light That Never Goes Out.

Per me una delle più grandi canzoni d’amore mai scritte.

E forse nemmeno una canzone d’amore nel senso tradizionale del termine.

È una canzone sul desiderio di appartenenza.

Sul bisogno di condividere il viaggio con qualcuno.

Sul voler essere da qualche parte, finalmente, con la persona giusta accanto.

La melodia è perfetta. La chitarra di Johnny Marr sembra galleggiare nell’aria. E Morrissey canta parole che, dopo quasi quarant’anni, continuano a fare male e a commuovere allo stesso modo.

"And if a double-decker bus crashes into us..."

E se un autobus a due piani si schiantasse contro di noi...

"To die by your side is such a heavenly way to die."

Morire al tuo fianco sarebbe un modo meraviglioso di morire.

Sulla carta potrebbe sembrare una frase assurda.

In realtà è una delle dichiarazioni d’amore più straordinarie che siano mai state scritte.

Perché non parla della morte.

Parla del desiderio di essere finalmente nel posto giusto.

Con la persona giusta.

Di sentirsi, anche solo per un momento, meno soli.

Forse è questo il segreto degli Smiths.

Non hanno mai raccontato la felicità.

Hanno raccontato la ricerca della felicità.

La malinconia.

Le contraddizioni.

L’inadeguatezza.

La speranza che continua a sopravvivere anche quando sembra non avere più ragioni per farlo.

The Queen Is Dead non è soltanto uno dei grandi dischi degli anni Ottanta.

È il disco che ha insegnato a un’intera generazione che si può essere fragili senza essere deboli.

E che qualche volta, proprio dentro le nostre imperfezioni, si nasconde la parte più vera di noi.

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