Ho appena ascoltato un brano nuovo degli U2 con Ed Sheeran.
Yours Eternally.
E mi è successo qualcosa.
Ho aspettato gli U2 per nove anni.
Nove anni senza musica nuova.
Non per abitudine. Per fiducia.
Perché quando una band ti ha accompagnato per così tanto tempo, non la archivi. La aspetti.
Questo brano fa parte di un EP che si chiama Days of Ash.
Un titolo che già dice tutto.
Canzoni nate dentro un tempo fragile, dedicate a vite spezzate, a conflitti, a un mondo che sembra vivere costantemente sull’orlo di qualcosa.
C’è un’ombra nel mondo. Si sente.
È nelle immagini che scorrono, nelle parole che consumiamo, nelle storie che si interrompono troppo presto.
E in mezzo a tutto questo loro tornano e pronunciano una parola che oggi sembra quasi imprudente:
eternamente.
Non gridano.
Non fanno proclami.
La dicono piano.
Ed è una dichiarazione potente proprio per questo.
Gli U2 non sono più i ragazzi di Dublino che correvano contro il sistema.
Sono uomini che conoscono il peso delle parole.
E quando scegli di usare “eternamente” dopo nove anni di silenzio, sai esattamente quello che stai facendo.
Non lo sento come possesso.
Lo sento come scelta.
Come dire: quello che è stato vero, resta.
Anche se cambia forma.
Anche se si trasforma.
Anche se non è più come prima.
Ed Sheeran porta una fragilità diversa, più contemporanea.
È come se la canzone mettesse insieme due età dello stesso sentimento:
l’urgenza e la consapevolezza.
Forse è proprio perché il mondo è così instabile che quella parola pesa di più.
Eternamente non è una durata infinita.
È una traccia.
È sapere che alcune persone, alcune emozioni, alcune verità
non si cancellano con un cambio di stagione.
Non è una promessa gridata sotto un palco.
Alcune promesse non si urlano.
Si tengono.
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