Sono appena tornato da Londra.
E ogni volta mi succede la stessa cosa: non cammino, ascolto.
Per me Londra non è una città.
È la città dove il suono non ha un indirizzo.
È dappertutto.
È nel treno che passa davanti alla Battersea Power Station.
Guardo quelle ciminiere e non vedo solo mattoni. Vedo il maiale dei Pink Floyd che continua a fluttuare sopra il cielo grigio. E penso che solo lì una centrale elettrica può diventare arte.
È nella scritta “Brixton” nella metropolitana.
Non serve Spotify. Partono i Clash da soli e saltano le chitarre e la strada diventa palco.
È ad Abbey Road, dove per qualche secondo rallenti il passo. Non per turismo. Per rispetto.
Soho poi è un’altra cosa.
Cammini tra Dean Street e Wardour Street e ti sembra che qualcuno abbia appena chiuso una porta dietro di te.
Bowie lì non è una statua. È un’idea.
È la possibilità di cambiare pelle senza dover spiegare niente a nessuno.
Ziggy non è nostalgia. È libertà.
Londra è anche questo: una città che ti dice “reinventati” senza chiederti il permesso.
Poi c’è Wembley. Il Live Aid.
Freddie Mercury che tiene uno stadio in pugno e per qualche minuto il mondo intero è sincronizzato con il suo battito di mani.
Non era solo un concerto. Era un momento in cui la musica diventava potere culturale.
Quest’anno abbiamo scelto South London.
Florence and the Machine all’O2.
E guardandola ho pensato che Londra continua a produrre personalità prima ancora che canzoni. La musica lì non è evento. È ambiente.
Scendi a Camden Town e senti ancora Amy Winehouse. I muri parlano.
I mercatini vendono pezzi di storia.
Compri un collage con gli Who e la Union Jack e capisci che non è un souvenir: è un frammento di identità.
E poi il West End.
Le insegne luminose.
I teatri pieni.
I musical che non sono intrattenimento ma macchina perfetta.
Abbiamo visto Hamilton.
Idea geniale.
Storia, rap, teatro classico, rivoluzione, America raccontata con accento londinese.
Ed è lì che capisci che Londra non è solo rock e ribellione.
È anche precisione.
È scrittura.
È palco.
Entri in un teatro e senti lo stesso rispetto che senti davanti ad Abbey Road.
Perché la musica lì non è solo chitarra elettrica.
È orchestra, è voce, è coreografia, è disciplina.
E dentro tutto questo ci stanno anche i Sex Pistols che sputano contro la monarchia.
Gli Smiths che trasformano la malinconia in stile.
Gli Oasis che cantano con arroganza e romanticismo nello stesso verso.
Londra è armonia e disordine.
È jazz al Ronnie Scott e punk a Camden.
È Paolo Conte che suona in un tempio del jazz e Bowie che trasforma Soho in un laboratorio permanente.
Tra Battersea e Wembley,
tra i club nascosti e i teatri scintillanti,
tra Freddie che domina uno stadio e un ensemble che canta la rivoluzione sul palco di Hamilton…
c’è la mia educazione musicale.
Non vado a Londra per visitarla.
Ci vado per sentire se vibro ancora.
E ogni volta che torno a casa con quel suono dentro,
capisco che la musica, per me, ha un nome.
E quel nome è London.
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