La linea verticale

Pubblicato il 11 febbraio 2026 alle ore 21:41

Ci sono artisti che ami.
Altri che ammiri.
Poi ce ne sono pochissimi che diventano un asse.

Peter Gabriel per me è questo: una linea verticale.

Non so quando è iniziato davvero.
Forse con i Genesis, con quella teatralità visionaria che trasformava il rock in racconto.
Con quella libertà di essere eccentrici senza perdere profondità.

E poi c’era quella frase, apparentemente semplice:
I Know What I Like.

All’epoca sembrava ironia.
Col tempo ho capito che era identità.
Sapere cosa ti piace non è ostinazione.
È riconoscersi.
Anche quando ciò che ti piace non è semplice.
Anche quando non è comodo.

Poi è arrivata The Lamia.

E lì ho capito che i sogni non sono mai innocenti.

Rael, il protagonista della storia,  scivola nelle acque rosa, attratto da una bellezza che sembra promessa.
C’è seduzione, c’è abbandono, c’è l’illusione che tutto possa restare sospeso in quella luce irreale.
Ma poi qualcosa cambia. Le Lamia muoiono. Il rosa svanisce.
E tutto torna blu.

Blu come la tristezza.
Blu come il dopo.

The Lamia è la storia di un’illusione che si consuma nel momento stesso in cui la tocchi.
È entrare in qualcosa che ti sembra eterno e scoprire che è fragile.
È amare un sogno sapendo che potrebbe sciogliersi tra le mani.

E io con i sogni ho sempre avuto un rapporto serio.
Mi hanno guidato, mi hanno acceso, mi hanno portato lontano. Mi hanno cambiato.

Invece In Your Eyes non è solo una canzone.
È lo spostamento del centro.
È capire che esistono sguardi capaci di riscrivere le tue coordinate.

Ma la linea verticale non è fatta solo di abbandono.
È fatta anche di scavo.

Digging in the Dirt non è rabbia. È onestà.
È il coraggio di guardarsi senza filtri.
È il lavoro lento di chi non vuole restare in superficie.

E poi Come Talk to Me. Non una supplica.
È il bisogno semplice di mantenere una porta socchiusa.
Di non lasciare che il silenzio diventi definitivo.
Anche quando sai che parlare non cambia tutto.
Ma tacere cambia ancora di più.

E sopra tutto resta Solsbury Hill.
La collina.
Il passo.
La scelta.

Peter ha sempre fatto questo:
trasformare la fragilità in movimento.
Non negarla. Non mascherarla.
Usarla.

La linea verticale non è rigidità.
È postura.
È dignità.
È restare in piedi anche quando dentro senti terremoto.

Ci sono momenti in cui la musica non ti consola.
Ti orienta.

Oggi compio gli anni.
Non penso solo a ciò che è stato.
Penso a ciò che posso ancora diventare.

Con sogni che conosco meglio.
Con ciò che so mi piace, anche se fa male.
Con scavi che continuano.
Con parole che cercano ancora un luogo dove posarsi.

La linea verticale non si vede.
Ma si sente.

E finché la sento, non sono perso. Sto semplicemente andando.


 

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