Avete mai pensato, anche solo per un attimo, di essere folli?
Io sono certo di sì. Tutti, prima o poi, lo abbiamo pensato.
Abbiamo fatto follie che oggi non rifaremmo.
Ci siamo sentiti storti, fuori posto, non compresi, così lontani dagli altri da chiederci se il problema fossimo noi o il mondo.
Abbiamo guardato il “diverso” e, anche solo per un istante, ci siamo riconosciuti in lui.
Forse è la pazzia che rende felici.
Forse è l’incoscienza che ci rende folli.
Forse smettere di controllare tutto, di razionalizzare tutto, è l’unico modo per respirare davvero.
La mia musica – sì, la mia, perché certe musiche a un certo punto diventano parte di te – è piena di folli.
Syd Barrett.
Jim Morrison.
Frank Zappa.
Jerry Lee Lewis.
Ian Curtis.
Folli in modi diversissimi, ma accomunati da una cosa: non hanno mai fatto finta di essere normali.
Hanno pagato un prezzo altissimo per questo, ma non hanno mai tradito quello che erano.
E poi c’è lui.
Giovanni Lindo Ferretti.
Che non è la pazzia romantica.
Non è la follia che si consuma nel mito.
È una pazzia diversa. È una pazzia lucida.
Ferretti la follia non l’ha immaginata, l’ha vista.
L’ha toccata lavorando in un ospedale psichiatrico.
Sa cosa significa davvero perdere l’equilibrio.
Sa che la pazzia non è estetica, non è poesia, non è una posa da artista.
È dolore.
È solitudine.
È frattura.
Ed è per questo che quando parla di follia, o quando la porta nella sua musica, non la usa mai come ornamento.
La usa come confine.
Come linea sottile tra chi cade e chi decide di restare in piedi senza però diventare addomesticato.
La sua è una follia che non consola.
Non accarezza.
Non rassicura.
È la follia di chi non accetta appartenenze comode.
Di chi rompe le aspettative.
Di chi tradisce le etichette pur di restare fedele a sé stesso.
E allora la domanda vera diventa questa:
che cosa abbiamo visto in lui?
Un pazzo?
Un traditore?
Un provocatore?
O qualcuno che ha avuto il coraggio di fare della follia un atto di verità?
Forse la vera pazzia non è perdersi.
Forse la vera pazzia è non cambiare mai.
È restare fermi per paura di deludere.
È diventare prevedibili per essere accettati.
Ferretti no.
Lui ha scelto di essere scomodo.
E in questo, paradossalmente, è stato lucidissimo.
La follia lucida di Ferretti la senti soprattutto nei brani.
Non è mai urlata, non è mai esibita.
È sempre trattenuta, controllata, quasi dolorosamente consapevole.
In Amandoti non c’è romanticismo facile.
C’è esposizione totale.
C’è rischio.
C’è fragilità messa a nudo.
È una verità detta senza paracadute.
In Tutti giù per terra c’è la caduta.
La perdita delle certezze.
Il crollo delle costruzioni che sembravano solide.
Non è disperazione teatrale, è presa d’atto.
È capire che stare in piedi a tutti i costi non è sempre la cosa più vera.
A volte cadere è più onesto.
E poi A tratti.
Che già dal titolo dice tutto.
La verità non è mai continua.
Non è mai lineare.
Arriva a pezzi, per frammenti, per lampi improvvisi.
Come la follia.
Come la lucidità.
Come la consapevolezza.
Non sei mai completamente sano.
Non sei mai completamente folle.
Sei a tratti. Sempre.
È qui che Ferretti è diverso dagli altri folli della mia musica.
Syd Barrett si è perso.
Morrison ha bruciato tutto.
Ian Curtis è stato inghiottito dal suo dolore.
Zappa e Jerry Lee Lewis hanno trasformato la follia in sfida, in eccesso, in provocazione.
Ferretti no.
Ferretti ha fatto della follia una posizione.
Non una fuga, ma una scelta.
Non un caos, ma una forma di verità.
Nei CCCP e nei CSI la pazzia non è mai spettacolo.
È consapevolezza dolorosa.
È guardare il mondo senza anestesia.
È rifiutare di semplificare ciò che è complesso.
E allora la sua non è la follia che distrugge.
È la follia che smaschera.
È la follia come atto di verità.
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