Sono cresciuto con il rock degli anni Settanta, Ottanta e un po’ dei Novanta.
Pink Floyd, Led Zeppelin, Doors, The Cure, The Smiths, The Clash.
Quella musica non era solo una colonna sonora. Era un’educazione sentimentale. Mi ha insegnato a sentire prima ancora che a capire.
Per molto tempo ho pensato che il mio universo musicale fosse quello. Non per chiusura, ma per pienezza. Quando una cosa ti forma così profondamente, smetti di cercare altrove perché pensi di aver già trovato tutto. Era casa.
E quella casa l’ho passata a mia figlia mentre cresceva.
Non come nostalgia, ma come eredità.
Poi lentamente è successo l’inverso.
Lei ha iniziato a portarmi la sua musica.
E non solo ad ascoltarla: a suonarla.
A differenza mia, che sono sempre stato un ascoltatore vorace, lei la musica la vive con le mani. La studia, la prova, la sbaglia, la costruisce.
Ed è lì che ho capito che non stavo tradendo nulla.
Stavo ampliando il paesaggio.
Gli Arctic Monkeys sono stati il primo vero scossone.
Per lei sono quello che i Police sono stati per me: una band che ti prende nell’età in cui la musica non è sottofondo, è identità.
Li ho visti dal vivo con lei, e certi concerti non sono spettacoli: sono passaggi di testimone. In quei momenti capisci che il rock non è finito, ha solo cambiato abito.
La cosa che trovo straordinaria negli Arctic Monkeys è il loro equilibrio tra energia e stile. Hanno la tensione nervosa dei Police, quella spinta ritmica che ti tiene sempre in movimento, ma sopra ci mettono una raffinatezza che mi ricorda gli Style Council: eleganza, controllo, gusto per l’atmosfera. Non è mai rock urlato. È rock vestito bene.
“I Wanna Be Yours” è minimalismo emotivo, sospensione pura.
“505” è una ferita romantica che non smette di pulsare.
“R U Mine” è tensione fisica, rock nervoso che ricorda da dove vengono.
E il recente “Opening Night” è cinema sonoro: spazio, ombra, maturità. Una band che non ha più bisogno di dimostrare potenza, perché lavora sull’intensità.
Gli Arctic Monkeys sono la prova che si può crescere senza perdere identità. Anzi, a volte la maturità rende il suono ancora più pericoloso.
I Fontaines D.C. sono l’altra faccia della medaglia.
Se gli Arctic sono stile ed evoluzione, i Fontaines sono urgenza e verità.
Dentro di loro sento echi di fine anni Ottanta: a volte la malinconia melodica degli Smiths, a volte l’ombra nervosa dei Joy Division. Ma non è citazionismo. È linguaggio assimilato e restituito con una voce propria.
“I Love You” è un capolavoro assoluto perché non chiede di piacere: espone. È una canzone che ti guarda dritto, senza protezioni.
“It’s Amazing To Be Young” ha una dolcezza fragile che ti resta addosso.
“Bug” è tensione compressa.
“Jackie Down The Line” è ipnotica, scura, necessaria.
I Fontaines dimostrano che si può essere rock senza orpelli.
Niente virtuosismi inutili, niente sovrastrutture. Solo suono, parole e nervi scoperti. È una semplicità che non è povertà: è scelta.
Mentre ascolto queste band mi accorgo di una cosa semplice:
il ragazzo cresciuto con i Floyd è ancora qui.
Non è stato sostituito. È stato aggiornato.
Uscire dalla comfort zone musicale non significa abbandonare il passato.
Significa rifiutare l’idea che il meglio sia già successo.
E la cosa più bella è che questo viaggio non lo sto facendo da solo.
Io ho passato la mia musica a mia figlia.
Lei mi sta insegnando a restare curioso.
E forse è questo il senso vero della musica che attraversa le generazioni:
non conservare, ma continuare.
Non difendere un ricordo, ma tenerlo vivo facendolo respirare insieme a qualcosa di nuovo.
I dischi cambiano.
Le voci cambiano.
Le epoche cambiano.
Quello che resta è il bisogno di sentire qualcosa che ti muove dentro.
Finché quel bisogno esiste,
finché c’è una canzone che ti sorprende,
finché qualcuno più giovane ti prende per mano e ti dice “ascolta questa”,
non stai invecchiando.
Stai andando avanti. 🎸✨