Qualche giorno fa una persona mi ha fatto una domanda che sembra semplice solo in apparenza: qual è la tua canzone preferita?
Per uno che ama la musica è quasi una trappola. Perché la musica non si sceglie davvero, ti sceglie lei. È memoria, è pelle, è istinto. È qualcosa che arriva prima delle parole. E senza nemmeno pensarci troppo, la mia testa tornava sempre lì: Comfortably Numb dei Pink Floyd.
Non è solo una canzone. È uno spazio emotivo. È uno di quei brani che non ascolti soltanto, ti rimane addosso. Ogni volta ti porta dentro qualcosa di tuo, anche se parte da una storia che non è la tua.
Quello che mi ha sempre colpito di più è l’alternanza delle voci di Roger Waters e David Gilmour. Non è una scelta musicale qualsiasi, è un vero dialogo. Waters è freddo, distante, quasi chirurgico. Gilmour è caldo, umano, fragile. È come se rappresentassero due parti della stessa persona: una che si protegge spegnendo le emozioni e una che, nonostante tutto, continua a voler sentire.
Il brano sembra una conversazione interiore. Da una parte la mente che dice “non sentire, è più facile”, dall’altra il cuore che risponde “sì, ma così ti perdi qualcosa di vero”. È una tensione continua, sottile, profondissima. Ed è forse per questo che ci riconosciamo così tanto dentro.
Quando arriva la frase “I have become comfortably numb” non la sento mai come una resa. La sento come una fotografia. Come dire: sono arrivato in un punto strano, in equilibrio tra il dolore e la protezione, tra la sensibilità e la difesa. Non sono spento, mi sono adattato. Ho trovato un modo per restare in piedi senza farmi travolgere.
Quell’assolo non arriva per impressionare. Arriva per liberare.
Non entra in scena come un protagonista, entra come una necessità. È come se Gilmour non stesse “suonando” l’assolo, ma lo stesse lasciando uscire. Ogni nota sembra nascere da qualcosa che era rimasto trattenuto fino a quel momento. Non c’è fretta, non c’è esibizione, non c’è voglia di stupire. C’è solo il bisogno di dire qualcosa che le parole non sono state capaci di dire.
È un assolo che respira.
Ha spazio, ha silenzi, ha attese.
Non corre, non spinge, non forza.
Ti prende piano e poi, senza che tu te ne accorga, ti è già dentro.
È come un pianto composto, non disperato. Non esplode, scorre.
È il suono di qualcuno che ha accettato quello che sente e finalmente smette di difendersi.
Per questo è così potente: non chiede attenzione, la ottiene.
In quell’assolo non senti un chitarrista, senti una persona.
Senti la fragilità, la nostalgia, la resa dolce, la malinconia, ma anche una strana forma di pace. È come se dicesse: “Va bene così. Posso stare qui. Posso sentire senza farmi male.”
Ogni nota è lunga, tirata, quasi sofferta, ma mai pesante.
È un dolore elegante.
È una tristezza luminosa.
È una bellezza che non ha bisogno di essere spiegata.
Quando parte, il brano cambia pelle.
Fino a quel momento è racconto.
Da lì in poi diventa verità.
Ed è per questo che ci si perde dentro.
Perché non ti chiede di capire, ti chiede solo di sentire.
E quando una musica fa questo, non la stai più ascoltando:
la stai vivendo.
Con questo brano ho chiuso il più bello speech della mia carriera. Quando partiva l’assolo finale smettevo di parlare. Non per mancanza di parole, ma perché non servivano più. In quel momento la musica diceva tutto meglio di me.
Comfortably Numb è una canzone che parla di fragilità, di difese, di sopravvivenza emotiva. Parla di quel punto in cui non sei più in lotta costante con quello che senti, ma non sei nemmeno vuoto. Sei sospeso. Protetto. Presente.
Forse essere “comodamente intorpiditi” non significa essere anestetizzati. Forse significa aver trovato una distanza giusta dal dolore per non esserne schiacciati, senza però smettere di essere vivi. È uno stato delicato, sottile, che può sembrare freddo da fuori ma che dentro è pieno di consapevolezza.
Come le due voci del brano, anche noi siamo fatti di parti che spesso non vanno d’accordo. Una vuole controllare, l’altra vuole sentire. Una vuole sicurezza, l’altra vuole verità. L’equilibrio non sta nel farne vincere una, ma nel permettere loro di convivere.
E poi c’è quell’assolo, che arriva sempre come una liberazione. Come se tutto quello che è stato trattenuto trovasse finalmente uno spazio per uscire. Non fa rumore, non grida, ma ti entra dentro piano.
Ed è per questo che torno sempre lì.
A quella canzone.
A quel dialogo tra mente e cuore.
A quel momento in cui non serve più spiegare niente.
Perché a volte non abbiamo bisogno di capire di più.
Abbiamo solo bisogno di sentire meglio.
Con meno difese.
Con meno paura.
Con più verità.
Comodamente.
Profondamente.
Vivi.
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