Ivano Fossati si è ritirato da anni.
In silenzio, senza proclami, senza nostalgia esibita.
Ha fatto una cosa rarissima: ha smesso quando aveva ancora tutto.
Voce, parole, credibilità, rispetto. Ha scelto il ritiro come si sceglie una stanza luminosa in cui stare bene.
E io questa cosa l’ho sempre trovata potentissima.
Perché il ritiro non è sparire.
È smettere di spiegarsi.
È smettere di dimostrare.
È dire: adesso mi basta quello che sono.
Fossati ha scritto alcune delle canzoni d’amore più vere che conosca.
Non consolatorie, non romantiche in senso facile.
Canzoni sull’amore come costruzione, come rischio, come esposizione totale.
La costruzione di un amore non promette niente: racconta la fatica, l’imperfezione, la bellezza fragile di due persone che provano a restare in piedi insieme.
Il bacio sulla bocca è un gesto semplice che diventa rivoluzione.
L’amore trasparente è forse la vetta: l’amore che non possiede, non trattiene, non chiede garanzie.
E poi uno che scrive così, a un certo punto, sceglie di tacere.
Non perché non abbia più nulla da dire.
Ma forse perché ha già detto tutto quello che era necessario.
Da qualche settimana anch’io sono “in ritiro” (mi piace la parola 'retired' in inglese, odio la parola 'pensione' così strana e burocratica)
E tutto dentro assomiglia più a una liberazione che a una fine.
Non è smettere di vivere.
È smettere di correre per dovere.
È iniziare a camminare per scelta.
Forse il ritiro è una forma altissima di amore verso se stessi.
Come dire: adesso mi ascolto.
Adesso mi rispetto.
Adesso non devo più dimostrare niente a nessuno.
Fossati ha insegnato che l’amore non è possesso, non è rumore, non è spettacolo.
E il suo ritiro è stato coerente con tutto quello che aveva cantato:
discreto, pulito, libero.
Mi piace pensare che certe scelte siano come una canzone che finisce piano, senza l’ultima nota urlata.
E restano lì, sospese, a vibrare dentro.
Questo blog forse nasce anche da qui.
Da un ritiro che non è chiusura, ma spazio.
Da un amore che non chiede conferme, ma respira.
Fossati ha cantato anche C’è tempo.
E forse il ritiro è proprio questo: accorgersi che c’è tempo.
Tempo per non rincorrere, per non spiegarsi, per non giustificarsi.
Tempo per stare.
In La mia banda suona il rock c’era già l’idea della libertà, dello stare fuori dalle regole rigide, del suonare perché non si può fare altro.
E oggi quella banda può anche fermarsi, senza smettere di essere musica.
In Pane e coraggio c’è la dignità di chi attraversa la vita senza chiedere permesso, portandosi dietro tutto quello che è stato.
E anche il ritiro ha questa dignità: non è resa, è scelta.
Forse ogni tanto bisogna concedersi quello che Fossati si è concesso:
il lusso di non essere più “in scena”,
di non dover più tenere in piedi un personaggio,
di poter essere semplicemente persone.
Io mi sento in questo punto.
Non alla fine di qualcosa,
ma dentro una stanza nuova,
con le finestre aperte.