Quando piove mi viene spesso da canticchiare Stormy Weather.
La cosa buffa è che si tratta di una canzone malinconica, almeno nelle parole. Ma per me è allegra. Mi mette di buonumore. Basta vedere la pioggia fuori dalla finestra e quella melodia comincia a girarmi in testa, quasi fosse un piccolo motivo di felicità.
Le canzoni che canticchiamo senza accorgercene sono quelle che hanno trovato un posto dentro di noi. Non importa più nemmeno quello che raccontano. Diventano nostre e qualche volta finiscono per raccontare qualcosa di completamente diverso.
Stormy Weather è una di queste.
E la cosa curiosa è che io sono, fondamentalmente, un rockettaro.
Sono cresciuto con le chitarre elettriche, i Pink Floyd, i Genesis, gli Who. Amo l'energia fisica del rock, il suono che ti investe, la batteria che senti nello stomaco. Ancora oggi, quando vado a un concerto, cerco il parterre. Mi piace stare in piedi, possibilmente vicino al palco, dentro la musica e in mezzo alla gente.
Eppure il jazz esercita su di me un fascino particolare.
Non tutto il jazz, naturalmente. Non pretendo neppure di conoscerlo abbastanza da potermi definire un appassionato nel senso più rigoroso del termine. Ma alcuni dischi, alcuni brani, alcune voci hanno su di me un effetto che faccio fatica a spiegare.
Mi fanno stare bene.
Non è la tranquillità di chi mette una musica qualsiasi per rilassarsi. È qualcosa di più intenso, una sensazione che attraversa il corpo e allo stesso tempo mette ordine nei pensieri. Quando ascolto certi brani jazz, non ho voglia di fare altro.
Il primo disco che mi viene in mente è Kind of Blue di Miles Davis.
1959.
Un disco che potrei ascoltare all'infinito, senza stancarmi mai. Lo conosco, so dove mi porterà, eppure ogni volta mi sembra di entrarci dentro in maniera diversa.
La tromba di Miles, il pianoforte, il contrabbasso, il sassofono. Strumenti che dialogano, si inseguono, si aspettano. Note che sembrano avere tutto il tempo del mondo.
Non ho bisogno di capire ogni passaggio musicale, ogni scelta armonica, ogni improvvisazione. Mi basta ascoltare.
E quando finisce, spesso ho voglia di ricominciare.
È curioso pensare che un disco registrato nel 1959 riesca ancora a provocarmi una sensazione così intensa. Ma la musica non ha una data di scadenza e, soprattutto, non segue necessariamente il percorso che ci aspetteremmo.
L'ho riscoperto recentemente ascoltando Myele Manzanza, un batterista e compositore neozelandese contemporaneo, la cui musica attraversa il jazz, il soul, i ritmi africani e sonorità molto più moderne.
Un suo brano, Homestik, è entrato nella mia personale collezione di musiche alle quali torno continuamente.
Non saprei spiegare esattamente perché.
Ed è sorprendente ritrovare in una musica così diversa, nata a tanti decenni di distanza da Kind of Blue, qualcosa che riconosco immediatamente.
Questa è una delle meraviglie della musica. Non importa quando sia stata scritta, da dove provenga, a quale genere appartenga. Quando trova la strada per arrivarti dentro, tutte queste classificazioni perdono importanza.
Nel jazz mi affascinano anche gli strumenti e il modo in cui si parlano.
Una tromba può raccontare una storia senza pronunciare una parola. Un sassofono può prendere una direzione inattesa. Il pianoforte può suggerire qualcosa che il contrabbasso raccoglie e porta altrove. La batteria non deve necessariamente dominare: può accompagnare, rispondere, aspettare.
E mi fa sorridere pensare che mia figlia suoni proprio il contrabbasso.
Uno strumento imponente, quasi ingombrante, che nel jazz diventa spesso il cuore nascosto di tutto. Lo stesso strumento che può trovare posto in un'orchestra sinfonica e in un piccolo trio, passando dalla musica classica all'improvvisazione.
Chissà dove la porterà musicalmente. Mi piace pensare che abbia scelto uno strumento capace di attraversare mondi così diversi.
Paolo Conte, che ho amato e raccontato tante volte, ha dedicato al jazz una delle sue canzoni più affascinanti, Sotto le stelle del jazz.
In quella canzone c'è tutta la sua capacità di evocare un mondo con poche immagini, un po' di malinconia e un'ironia irresistibile. A un certo punto scherza sul fatto che le donne non amino il jazz, senza riuscire a spiegarsene il motivo.
È una provocazione divertentissima, che gioca con l'immagine di un mondo popolato di musicisti notturni, locali fumosi, uomini con la tromba in mano e un bicchiere sul pianoforte.
Ma basta ascoltare le grandi interpreti femminili per capire quanto quell'immagine sia incompleta.
Una delle artiste che mi ha avvicinato a questo universo è Dee Dee Bridgewater.
Una voce straordinaria, una presenza scenica capace di riempire il palco. L'ho vista una volta a Firenze, in un concerto che ricordo ancora con grande piacere.
Non ho conservato il biglietto. Era uno di quei piccoli tagliandi che assomigliavano ai biglietti del cinema e che, con gli anni, sono scomparsi.
Ma la serata è rimasta.
Come rimangono certe canzoni che continuiamo a canticchiare senza sapere bene perché. A volte basta una melodia per ritrovare un luogo, un volto, una sensazione. Non abbiamo bisogno di conservare tutto materialmente. La musica possiede una memoria tutta sua.
C'è però una cosa del jazz che non ho mai sopportato.
Il modo in cui troppo spesso viene ridotto a musica di sottofondo.
Una playlist elegante da mettere in un ristorante, in un bar, nella hall di un albergo, mentre tutti parlano e nessuno ascolta. Come se fosse una tappezzeria sonora, qualcosa che deve esserci senza disturbare.
Ho lavorato per una vita negli alberghi e conosco bene l'importanza dell'atmosfera. So quanto una musica scelta bene possa contribuire a rendere piacevole un ambiente.
Ma il jazz non può essere soltanto questo.
Ci sono musiche che chiedono attenzione, che meritano il nostro tempo, che possono portarci in luoghi inattesi se soltanto siamo disposti a seguirle.
E qui devo tornare a una delle serate musicali più belle della mia vita.
Ero a Londra per lavoro, insieme ad alcuni colleghi. Decidemmo di andare al Ronnie Scott's, a Soho, uno dei locali jazz più famosi del mondo.
Un luogo dove hanno suonato alcuni dei più grandi musicisti della storia del jazz.
Mi aspettavo una bella serata. Non immaginavo che mi sarebbe rimasta così impressa.
Il locale era molto più piccolo di quanto avessi immaginato. Tavolini bassi, luci soffuse, il palco vicinissimo, persone sedute e altre in piedi nella zona del bar.
Ricordo perfettamente l'atmosfera, i colori, gli spazi, quella sensazione di trovarsi in un posto che aveva una storia e non aveva bisogno di esibirla.
Sul palco suonava un trio.
Pianoforte, contrabbasso e batteria.
Nessuna voce.
Non ricordo chi fossero i musicisti. E questa è una cosa che oggi mi fa sorridere, perché ricordo quasi ogni particolare del locale, ma non i nomi di chi suonava.
Ricordo invece una regola che mi colpì moltissimo.
La serata aveva i suoi tempi.
C'era il momento per mangiare, quello per bere qualcosa, per conversare. Ma quando cominciava la musica ci si fermava.
Si ascoltava.
Niente chiacchiere sopra il pianoforte, niente rumore di sottofondo, niente distrazioni.
Il locale sembrava cambiare natura.
Le persone erano lì per la musica, e la musica diventava il centro di tutto.
Durante le pause si poteva tornare a parlare, bere qualcosa, riprendere la serata. Ma quando i musicisti ricominciavano, l'attenzione tornava sul palco.
Quella scansione mi affascinò.
Era un modo di vivere la musica completamente diverso da quello dei grandi concerti rock.
Nessuna folla che salta, nessun coro cantato a squarciagola, nessuna corsa per arrivare sotto il palco.
Soltanto tre musicisti e un pubblico disposto a seguirli.
Eppure l'intensità era la stessa.
Quando vado a vedere i Fontaines D.C. voglio sentire l'energia della gente intorno a me. Voglio cantare, muovermi, farmi travolgere dal suono.
Al Ronnie Scott's ero seduto, quasi immobile, completamente assorbito da un pianoforte, un contrabbasso e una batteria.
Due esperienze lontanissime.
Due modi diversi di amare la stessa cosa.
Ripensando a quella serata, credo di aver capito qualcosa del mio rapporto con il jazz.
Non lo ascolto per sembrare raffinato. Non lo considero una musica più colta o più importante del rock. E non sento il bisogno di comprenderne ogni dettaglio tecnico per lasciarmi emozionare.
Lo ascolto perché mi fa bene.
Perché un disco di Miles Davis del 1959 e un brano contemporaneo di Myele Manzanza possono regalarmi, a distanza di decenni, la stessa sensazione di felicità tranquilla.
Perché quando fuori piove mi viene spontaneo canticchiare Stormy Weather, e la pioggia, anziché rendermi malinconico, mi mette voglia di cantare.
E perché quella sera, in un piccolo locale di Soho, ho imparato che esiste una musica capace di riempire una stanza senza bisogno che nessuno alzi la voce.
Al Ronnie Scott's ho capito che il jazz non è la musica che metti mentre fai qualcos'altro.
È la musica per la quale smetti di fare qualcos'altro.
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