Le prime note sono quelle di Se telefonando.
Mina. Ennio Morricone. Una canzone del 1966, sessant'anni fa, che risuona dentro un palasport di Bologna gremito di ragazzi in attesa di una delle band più interessanti del rock contemporaneo.
E il palasport canta.
Migliaia di voci accompagnano Mina, conoscono le parole, seguono quella melodia che sembra non avere età. Io canto con loro, naturalmente, e mi guardo intorno divertito e meravigliato.
Mina è un po' come i nostri Beatles. Appartiene a tutti, dai ragazzi ai novantenni. Non ha bisogno di essere riscoperta perché, in realtà, non è mai scomparsa. È una di quelle presenze che attraversano le generazioni senza chiedere il permesso.
Non so se i Fontaines D.C. abbiano scelto quella canzone per rendere omaggio all'Italia o semplicemente perché ne hanno intuito la straordinaria forza. So soltanto che, quando salgono sul palco, l'atmosfera è già incandescente.
Sono a Bologna, nel parterre dell'Unipol Arena, per vedere i Fontaines D.C. Li seguo da tempo, li ho già raccontati su questo blog e non voglio ripetere quello che penso della loro musica.
Ma una cosa devo dirla.
Sono la prossima grande band del rock.
Ne sono convinto.
Li guardo suonare e vedo qualcosa che va oltre la qualità delle canzoni, oltre l'energia di Grian Chatten, oltre la potenza di un gruppo che sul palco ha trovato una propria, inconfondibile identità.
Vedo una band pronta a fare il salto definitivo.
Li immagino negli stadi, davanti a decine di migliaia di persone, come è successo agli Oasis e, in un'altra dimensione musicale, ai Coldplay. Non perché suonino come loro, naturalmente. Ma perché possiedono quella capacità rara di trasformare un concerto in un'esperienza collettiva.
Il palasport è stracolmo. Il pubblico conosce ogni parola. L'energia non cala mai.
Ho la sensazione di assistere a uno di quei momenti che, fra qualche anno, ricorderò con un sorriso: quando potevo ancora vedere i Fontaines D.C. da relativamente vicino. Mi sento come la prima volta che ho visto gli U2 in un teatro tenda.
La prossima volta, temo, sarò molto più lontano.
La musica, per me, non è mai stata una questione anagrafica.
Continuo ad amare i gruppi con cui sono cresciuto, ma non ho mai smesso di cercare musica nuova. Negli ultimi vent'anni ho trovato negli Arctic Monkeys, nei Fontaines D.C., nei Wolf Alice e soprattutto in Florence + the Machine artisti capaci di emozionarmi quanto quelli che ascoltavo da ragazzo.
Non mi interessa difendere la superiorità musicale della mia generazione. Non ho mai creduto che le canzoni migliori siano necessariamente quelle che ascoltavamo a vent'anni.
E soprattutto non ho nessuna intenzione di smettere di andare ai concerti.
Quando posso scelgo il parterre. Cerco di stare vicino al palco, di sentire fisicamente il suono, di lasciarmi trascinare dall'energia di chi suona e di chi ascolta.
Non è il tentativo di sentirmi giovane. È semplicemente il modo in cui mi piace vivere la musica.
Ieri sera, però, c'era una differenza.
Mi guardavo intorno e vedevo un pubblico che, per la maggior parte, avrebbe potuto essere composto dai miei figli. Studenti, ventenni, trentenni. Una generazione diversa dalla mia.
Quando vado a vedere gli Who, i Rolling Stones o Ligabue, ritrovo un pubblico che conosco bene. Condividiamo un'età, una storia, una parte della memoria musicale.
Ieri ero decisamente fuori target.
Eppure non mi sono sentito fuori posto neppure per un istante.
Bologna, poi, non è una città qualsiasi. È una città universitaria, attraversata da generazioni di studenti, di idee, di discussioni, di partecipazione politica. Una città nella quale la musica ha spesso incontrato l'impegno civile, la voglia di cambiare le cose, il bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
A un certo punto il pubblico ha cominciato a scandire un coro.
«Siamo tutti antifascisti.»
Lo hanno ripetuto a lungo. Sempre più forte. Migliaia di persone, una voce sola.
Prima del bis è partita Bella Ciao.
E io ho cantato.
Accanto a me cantava anche mia figlia. Due generazioni, la stessa canzone, e per una volta nessuna distanza da colmare.
Era un'emozione che non provavo da molto tempo.
Non perché mi sembrasse di essere tornato ragazzo. Non era nostalgia della mia generazione, delle manifestazioni di tanti anni fa, delle battaglie che abbiamo combattuto o che abbiamo creduto di combattere.
Era qualcosa di diverso.
Mi sono sentito uno di loro.
Non un adulto che osserva i giovani. Non un padre che accompagna la figlia a un concerto. Non un uomo che cerca di stare al passo.
Uno di loro.
E mentre cantavo pensavo a quello che sta succedendo in questi giorni nelle scuole e nelle università italiane.
Alle proteste degli studenti, alle occupazioni, alle manifestazioni. A quanto spesso il racconto pubblico si concentri sugli episodi più violenti, sulle tensioni, sugli scontri, lasciando sullo sfondo le ragioni del disagio.
Non penso che ogni protesta sia giusta per definizione. E non giustifico la violenza.
Ma penso che abbiamo un problema enorme se continuiamo a parlare dei giovani senza ascoltarli davvero.
Sono ragazzi che guardano al futuro con un'incertezza che la mia generazione, almeno in parte, non ha conosciuto.
Il lavoro precario, gli stipendi che non tengono il passo con il costo della vita, la difficoltà di costruirsi un'indipendenza, la prospettiva di una pensione sempre più lontana. Una scuola che troppo spesso fatica a offrire strumenti, contenuti e occasioni di crescita.
Chiediamo loro di studiare, impegnarsi, avere fiducia. Ma facciamo sempre più fatica a spiegare in che cosa dovrebbero avere fiducia.
Mia figlia, come tanti suoi coetanei, immagina il proprio futuro all'estero.
E questa cosa mi fa riflettere molto.
Non perché partire sia sbagliato. Ho vissuto e lavorato anch'io fuori dall'Italia e so quanto possa essere importante conoscere il mondo. Ma c'è una differenza enorme fra partire perché vuoi scoprire qualcosa e partire perché non riesci a immaginare una vita nel tuo Paese.
Mia figlia ha partecipato a un'occupazione scolastica pacifica. Ho visto il modo in cui lei e i suoi compagni si organizzano, discutono, stanno insieme. Ho visto una coesione che spesso noi adulti non siamo più capaci di costruire.
Non sono ragazzi senza idee. Sono ragazzi che cercano uno spazio in cui esprimerle.
Lavoro nella formazione e incontro continuamente giovani ai quali cerco di trasmettere quello che ho imparato in oltre quarant'anni di vita professionale. Mi piace pensare di poter offrire loro qualche strumento in più, qualche possibilità, qualche occasione per scegliere.
Ma ieri sera, in mezzo a quel pubblico, ho avuto la sensazione che fossi io a ricevere qualcosa da loro.
La speranza.
Sono un uomo di sinistra. Non me ne vergogno e non ho motivo di nasconderlo. Sono anche profondamente deluso da tanta parte della sinistra, dalla sua incapacità di parlare alle nuove generazioni e, soprattutto, di comprenderne le paure e le aspirazioni.
Ma ieri sera non ho visto un partito, un programma elettorale o una bandiera da seguire.
Ho visto migliaia di ragazzi che avevano voglia di esserci, di riconoscersi in qualcosa, di esprimere un'appartenenza.
E mi sono emozionato.
Non so quanto questa generazione riuscirà a cambiare le cose. Non so se la partecipazione di oggi diventerà l'impegno civile di domani, se quelle voci troveranno qualcuno disposto ad ascoltarle, se la loro energia riuscirà a incidere davvero sul futuro del Paese.
Ma mi interessa il fatto che ci provino.
Che non siano indifferenti. Che abbiano ancora voglia di alzare la voce, di stare insieme, di immaginare qualcosa di diverso.
Perché se perdiamo questa generazione, abbiamo perso tutti.
Se la lasciamo andare via senza offrirle ragioni per restare, se liquidiamo le sue proteste come capricci o disordini, se continuiamo a misurare il futuro soltanto con gli occhi di chi ha già vissuto buona parte della propria vita, non stiamo semplicemente tradendo i giovani.
Stiamo rinunciando al futuro del nostro Paese.
Non credo che spetti a noi decidere quale debba essere il loro mondo. Abbiamo già avuto abbastanza tempo per costruire il nostro, con risultati che non sempre meritano applausi.
Possiamo però accompagnarli. Ascoltarli. Dare loro fiducia. E qualche volta avere l'umiltà di riconoscere che hanno qualcosa da insegnarci.
Anche in un palasport.
Il concerto dei Fontaines D.C. è stato straordinario. Grian Chatten e compagni hanno una forza impressionante, un'identità musicale precisa e una capacità di tenere il palco che, ne sono convinto, li porterà molto lontano.
Ma ieri sera mi è rimasto addosso qualcosa che va oltre la musica.
Il concerto era cominciato con Mina, una canzone di sessant'anni fa cantata da un pubblico giovanissimo. Prima del bis, quello stesso pubblico aveva intonato Bella Ciao.
In mezzo c'era una delle band che, secondo me, rappresenterà il futuro del rock.
Intorno a me c'erano ragazzi che rappresentano il futuro di questo Paese.
E accanto a me c'era mia figlia, che di quel futuro farà parte.
Per una sera, cantando insieme a loro, mi sono sentito parte anch'io di quel futuro.
Ero andato a Bologna per ascoltare i Fontaines D.C.
Sono tornato con qualcosa che non mi aspettavo.
Per qualche ora, in mezzo a quei ragazzi, il futuro mi ha fatto un po' meno paura.
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