Un albergo è un posto dove può succedere di tutto. Lo so bene, dopo oltre quarant'anni passati tra reception, camere, corridoi, ristoranti e uffici di direzione. Ho visto cose che non racconterò mai, altre che meriterebbero un libro e moltissime che, fortunatamente, sono rimaste soltanto nella memoria di chi era presente.
Gli alberghi hanno una caratteristica particolare: sono luoghi pubblici nei quali si svolgono vite private. E quando quelle vite appartengono a musicisti famosi, il confine tra normalità e leggenda diventa molto sottile.
La storia del rock è piena di alberghi diventati celebri quasi quanto i loro ospiti.
Al Chelsea Hotel di New York, Leonard Cohen incontrò Janis Joplin, un incontro che avrebbe ispirato Chelsea Hotel No. 2. Patti Smith e Robert Mapplethorpe vi abitarono quando erano ancora due giovani artisti senza soldi, condividendo sogni, incertezze e una stanza che sarebbe diventata parte della loro storia. Nello stesso albergo, nel 1978, Nancy Spungen fu trovata morta nella camera che condivideva con Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols. Una vicenda tragica che contribuì ad alimentare il lato più oscuro della mitologia punk.
Ad Amsterdam, nel marzo del 1969, John Lennon e Yoko Ono trasformarono una suite dell'Hilton in un palcoscenico pacifista. Il loro Bed-In for Peace fu una luna di miele trascorsa a letto davanti a giornalisti, fotografi e telecamere. Immagino il direttore dell'albergo alle prese con quella singolare richiesta di privacy che prevedeva, contemporaneamente, l'ingresso di mezzo mondo nella camera degli sposi.
A Los Angeles, invece, la discrezione era diventata quasi una specialità alberghiera.
Lo Chateau Marmont, costruito alla fine degli anni Venti con l'aspetto di un castello francese, divenne il rifugio preferito di star che cercavano riservatezza e libertà. La celebre raccomandazione attribuita al produttore Harry Cohn era piuttosto esplicita: se proprio dovevano mettersi nei guai, almeno lo facessero allo Chateau Marmont.
Jim Morrison, secondo uno degli aneddoti più famosi dell'albergo, tentò di raggiungere la propria stanza calandosi dall'alto lungo un tubo di scarico. Il tubo cedette e il cantante dei Doors precipitò, cavandosela senza conseguenze fatali.
Poco lontano, sul Sunset Boulevard, il Continental Hyatt House si guadagnò un soprannome eloquente: Riot House. Negli anni Settanta era il quartier generale delle band in tournée a Los Angeles. Led Zeppelin, Who, Rolling Stones. Corridoi trasformati in luoghi di festa, camere devastate e una quantità di comportamenti che oggi farebbero impallidire qualsiasi responsabile della sicurezza.
Nel 1972 Keith Richards e Bobby Keys furono ripresi da Robert Frank mentre gettavano un televisore dalla finestra di un albergo. La scena finì nel documentario Cocksucker Blues e diventò una delle immagini simbolo degli eccessi dei Rolling Stones.
Io, invece, con un Rolling Stone ho avuto un'esperienza decisamente più tranquilla.
Ero un giovane receptionist quando Charlie Watts e Bill Wyman soggiornarono nell'albergo dove lavoravo. Avevo portato da casa una macchina fotografica, sperando di riuscire a immortalare l'incontro.
Chiesi a Charlie se fosse possibile fare una fotografia insieme. Accettò immediatamente, con una cortesia che ricordo ancora oggi.
Nella foto siamo entrambi piuttosto impacciati. Io con la divisa, il gilet e la cravatta, lui con quell'eleganza discreta che lo distingueva anche sul palco. Due signori sulle scale di un albergo, uno dei quali suonava la batteria nei Rolling Stones.
Pensare a Keith Richards che lancia televisori e a Charlie Watts che posa educatamente per una fotografia mi ha sempre fatto sorridere. Stessa band, ma evidentemente non tutti avevano lo stesso rapporto con l'arredamento delle camere.
Negli anni Ottanta lavoravo all'Excelsior di Firenze. Era un periodo straordinario per la musica e per me, che vivevo praticamente con un disco sempre in testa.
Una mattina arrivarono i Cure.
Era il tour di Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me, il doppio album che conteneva Just Like Heaven, Why Can't I Be You? e Catch. Robert Smith e compagni erano nel pieno della loro estetica fatta di capelli cotonati, trucco sbavato, abiti neri e un'aria vagamente extraterrestre.
Al banco stava terminando il turno il nostro portiere di notte, un personaggio assolutamente old style, con due baffoni che sembravano usciti da un albergo dell'Ottocento.
Non dimenticherò mai la sua espressione quando vide entrare il gruppo.
Sembrava chiedersi se fossero davvero clienti o se fosse il caso di accompagnarli immediatamente fuori.
Da una parte il portiere ottocentesco, dall'altra Robert Smith. In mezzo, la hall di un cinque stelle fiorentino.
Quella sera riuscii a procurarmi un pass dalla crew per assistere al concerto.
Un'altra volta arrivarono gli Eurythmics, impegnati nella tournée di Be Yourself Tonight. Io avevo già il biglietto per il concerto e mi ero portato in albergo il vinile dell'album, nella speranza di ottenere un autografo.
Non era una cosa semplice. Negli alberghi di lusso non ci era consentito avvicinare gli ospiti famosi per chiedere firme o fotografie. Una regola che ho sempre considerato giusta. La riservatezza degli ospiti faceva parte del nostro lavoro.
Ma speravo che Annie Lennox si avvicinasse spontaneamente al banco.
E accadde.
Si presentò alla cassa, probabilmente per cambiare del denaro. Indossava un cappello, una sciarpa e un paio di grandi occhiali.
A un certo punto se li tolse.
Rimasi folgorato da quegli occhi celesti, profondissimi. Ma soprattutto dal suo carisma. Una presenza magnetica, una di quelle persone che sembrano cambiare l'atmosfera di una stanza semplicemente entrando.
Tirai fuori il vinile e le chiesi una firma.
Accettò.
Conservo ancora quella copertina autografata, insieme a un'altra firma alla quale tengo moltissimo, quella di Peter Gabriel. Sono due dei miei piccoli tesori musicali.
Anche per gli Eurythmics riuscii a ottenere un pass dalla crew. In quegli anni, per un ragazzo che lavorava in albergo e amava visceralmente la musica, certe coincidenze erano regali meravigliosi.
Ma se qualcuno pensa che gli eccessi del rock fossero una prerogativa dei musicisti, evidentemente non ha mai visto le fan degli Spandau Ballet negli anni Ottanta.
Quando il gruppo soggiornò nell'albergo dove lavoravo, la piazza si riempì di ragazzine. Erano attaccate alle inferriate delle finestre, gridavano, imploravano, promettevano qualsiasi cosa pur di riuscire a entrare e avvicinarsi ai loro idoli.
Una situazione surreale.
Gli Spandau dovettero uscire da un accesso laterale sul Lungarno, perché dalla porta principale sarebbe stato impossibile passare.
Ma la scena più incredibile doveva ancora succedere.
Quella sera scesi nello spogliatoio maschile per cambiarmi. Sentii dei rumori, mi voltai e vidi spuntare due ragazzine.
Due fan degli Spandau Ballet, nascoste nello spogliatoio del personale.
«Ma siete impazzite? Che cosa ci fate qui?»
Loro continuavano a supplicarmi, volevano soltanto sapere dove fossero i loro idoli, raggiungerli, toccarli.
Non sapevo se ridere o arrabbiarmi. Alla fine le feci uscire, naturalmente.
Keith Richards lanciava televisori dalle finestre. Io dovevo cacciare ragazzine dagli spogliatoi.
Ognuno aveva i propri problemi alberghieri.
Con il passare degli anni cambiai ruolo, responsabilità, alberghi. Da receptionist diventai direttore. Le rockstar continuarono a passare, ma il mio lavoro era ormai molto diverso.
Nel 2013 avevamo appena preso in gestione un albergo a Firenze.
Un giorno un collaboratore mi avvertì che avevamo in casa una rockstar.
«Ah sì? Chi?»
«Un certo David Byrne.»
Un certo David Byrne!!!
Il fondatore dei Talking Heads, la voce di Psycho Killer, Once in a Lifetime, This Must Be the Place. Uno degli artisti più originali della storia del rock, capace di mescolare musica, teatro, arte contemporanea e sperimentazione in un linguaggio tutto suo.
Per quel giovane receptionist era semplicemente un nome poco conosciuto sulla lista degli ospiti.
Per me era David Byrne.
«Fermi tutti. Devo assolutamente scendere a conoscerlo.»
E così feci.
Ho una fotografia anche con lui. Io ormai con i capelli grigi, lui con quell'aria inconfondibile che sembra osservare il mondo da un'angolazione leggermente diversa.
Tra la fotografia con Charlie Watts e quella con David Byrne sono passati molti anni.
Sono cambiati gli alberghi, le tecnologie, il mio ruolo e perfino il modo di vivere la musica. Gli autografi sono stati sostituiti dai selfie. Le star non arrivano più necessariamente con bauli e valigie monumentali. I giovani receptionist possono non riconoscere musicisti che per me hanno rappresentato intere stagioni della vita.
Eppure qualcosa è rimasto esattamente uguale.
Ho incontrato anche tanti attori, registi e personaggi famosi. Ma i musicisti hanno sempre avuto un posto speciale nella mia memoria.
Perché le loro canzoni erano già entrate nella mia vita molto prima che loro entrassero nei miei alberghi.
Quando ascolto gli Eurythmics, rivedo quegli occhi celesti sopra il banco della cassa. Quando sento i Cure, mi torna in mente il nostro portiere con i baffoni. Gli Spandau Ballet mi fanno ancora sorridere pensando a due ragazzine nascoste nello spogliatoio. E Charlie Watts rimane quel signore gentile che accettò di farsi fotografare con un giovane receptionist emozionato.
Gli alberghi sono luoghi di passaggio. Le persone arrivano, dormono, ripartono. Qualche volta lasciano una leggenda, qualche volta una camera da sistemare, qualche volta soltanto un ricordo.
Io ho avuto la fortuna di lavorare in un mestiere che, ogni tanto, mi ha fatto incontrare la musica anche quando non stavo ascoltando un disco.
E dopo tanti anni, se chiudo gli occhi, riesco ancora a vedere quel ragazzo dietro il banco della reception, con un vinile nascosto e la speranza che Annie Lennox si avvicini a cambiare qualche banconota.
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