I don't belong

Pubblicato il 2 settembre 2026 alle ore 08:43

Ieri ho passato una quantità di tempo francamente eccessiva cercando di comprare due biglietti.

Fontaines D.C., Bologna, 26 ottobre.

Code virtuali, tentativi, posti che comparivano e sparivano. Alla fine ce l’ho fatta.

Due biglietti.

Uno per me e uno per mia figlia.

La prima sensazione è stata quella abbastanza infantile di aver vinto qualcosa. La seconda è stata più strana.

Ma a questa età che cazzo ci faccio a un concerto dei Fontaines D.C.?

Potrei cavarmela facilmente dicendo che ci vado con mia figlia. La musica fra noi è sempre stata anche questo: un passaggio generazionale, dischi e artisti che viaggiano avanti e indietro fra due età molto diverse.

Solo che questa volta non è vero. O almeno, non è tutta la verità.

I Fontaines voglio vederli io.

Li ascolto continuamente. Mi piacciono sempre di più. Ho fatto quella guerra per i biglietti perché volevo esserci.

E mentre pensavo a questa piccola incongruenza, nelle mie giornate continuava a tornare una canzone.

I Don’t Belong.

Non appartengo.

Due parole che sembravano avere poco a che fare con un concerto e che invece hanno cominciato ad aprire porte.

Perché a cosa apparteniamo?

A una generazione? A una città? Alla famiglia nella quale siamo nati? Alle persone che abbiamo amato? Al lavoro che abbiamo fatto per una vita? Alla musica con cui siamo cresciuti?

E soprattutto: quanto possiamo appartenere a qualcosa senza lasciare che quella cosa decida chi siamo?

I Fontaines D.C. questa domanda se la portano dietro da quando hanno cominciato.

Sono irlandesi in un modo che non ha niente di folkloristico. Dublino non è un'etichetta appiccicata sulla loro musica. È un luogo dal quale guardare il mondo, qualche volta con orgoglio, altre con rabbia, altre ancora con il bisogno quasi fisico di andarsene.

In Dogrel la città sembra ancora attaccata ai muri delle canzoni. La senti in Boys in the Better Land, la ritrovi in Dublin City Sky. E quando parte Roy’s Tune quella stessa città cambia improvvisamente luce. La rabbia lascia spazio a qualcosa di più fragile, quasi stanco.

Mi piace moltissimo Roy’s Tune proprio per questo. Non ha bisogno di urlare per raccontare un posto.

Forse i luoghi ai quali apparteniamo funzionano così. Non sono mai una cosa sola.

Lo capisco ancora meglio quando ascolto I Love You.

Il titolo prometterebbe una canzone d’amore.

E infatti lo è.

Solo che l’amore è per l’Irlanda e dentro quella dichiarazione entra una quantità impressionante di rabbia.

La canzone parte quasi trattenuta. Basso, chitarra, la voce di Grian Chatten che sembra ancora avere tutto sotto controllo. Poi qualcosa cambia. La tensione cresce, la voce si fa più urgente e l’amore comincia a riempirsi di accuse.

Politica, denaro, religione, colpa, ferite che un Paese preferirebbe forse non guardare.

Eppure continua a essere una canzone d’amore.

È questo che me la rende così potente.

Non è qualcuno che guarda l’Irlanda da fuori e le presenta il conto.

È qualcuno che può essere così feroce proprio perché quella terra è ancora dentro di lui.

Ti amo abbastanza da essere furioso con te.

Vale per i luoghi, le persone, gli amici

Ultimamente, quando ascolto I Love You, penso a alla mia di città..

Non perché Firenze abbia qualcosa a che vedere con l’Irlanda raccontata dai Fontaines. Sarebbe un paragone senza senso.

È la sensazione che riconosco.

Sto per lasciare la città dove vivo.

E più si avvicina il momento, meno riesco a darle un nome preciso.

Amore? Certamente.

Rabbia? Anche.

Fastidio, gratitudine, stanchezza, nostalgia anticipata. Il desiderio di allontanarmi e contemporaneamente quello di voltarmi per controllare che sia ancora lì.

Firenze è dentro di me indipendentemente da quello che deciderò di fare.

È il mio accento. Sono le strade che percorro senza aver bisogno di sapere dove sto andando. Sono gli amici, gli affetti , i posti che non guardo neppure più perché li ho visti migliaia di volte. È una parte enorme della mia vita.

Eppure oggi sento di non appartenerle più.

Scriverlo mi fa uno strano effetto.

Perché si può smettere di abitare una casa. Si può lasciare un lavoro. Possono finire relazioni e amicizie.

Ma come si smette di appartenere al posto dove siamo nati?

Forse non si smette.

Forse si cambia soltanto il modo di appartenergli.

Avevo già sfiorato questa domanda scrivendo di Pino Daniele e Napoli. Allora mi interessavano le radici e la libertà, quel filo che continua a riportarti verso un luogo anche quando la vita ti ha portato altrove.

Adesso la guardo dalla parte opposta.

Le mie radici sono ancora qui.

Sono io che sto cambiando terreno.

E improvvisamente quelle due canzoni dei Fontaines sembrano rispondersi.

I Love You.

I Don’t Belong.

Ti amo.

Non appartengo.

Non mi sembra più una contraddizione.

Mi sembra qualcosa che conosco.

La cosa curiosa è che questa band irlandese, nata quando io avevo già abbondantemente superato i cinquant’anni, continua a infilarsi in pensieri che riguardano la mia vita di adesso. Ed è anche per questo che la ascolto tanto.

Non solo per quello che racconta.

Per come suona.

Jackie Down the Line mi cattura ogni volta con quel suo procedere apparentemente semplice, quasi ipnotico, mentre dentro racconta qualcosa di molto meno rassicurante: la consapevolezza di poter ferire, la ripetizione dei propri comportamenti, quella specie di fatalismo con cui qualche volta trasformiamo “sono fatto così” in una condanna.

Con Bug non ho nessuna teoria.

È una canzone straordinaria.

La metto, la rimetto, alzo il volume.

Fine.

Mi piace anche questo della musica: non deve sempre spiegarmi qualcosa di me. Qualche volta può semplicemente farmi venire voglia di ascoltarla di nuovo.

E così passo da Bug a Favourite, torno indietro a Roman Holiday, Roy’s Tune, Boys in the Better Land, rimetto Starburster. Ogni volta incontro una versione leggermente diversa della stessa band.

I Fontaines non hanno avuto molta voglia di restare dove li avevamo messi.

Sono partiti da un suono ruvido, da Dublino, dal post-punk, e hanno continuato a muoversi. Disco dopo disco hanno allargato il loro mondo, rischiando anche di perdere per strada qualcuno che avrebbe preferito sentirli fare per sempre la stessa cosa.

Forse anche questo ha qualcosa a che fare con l’appartenenza.

Non essere obbligati a rimanere ciò che eravamo soltanto perché gli altri ci hanno conosciuti così.

In questi giorni ascolto anche Marianne.

Non l’ho ancora capita del tutto.

E non ho fretta.

Ci sono canzoni che si concedono subito e altre che devono stare un po’ con noi prima di trovare il posto giusto. Per adesso Marianne rimane lì, in quella zona ancora indefinita nella quale una canzone ti attrae prima ancora che tu sappia spiegarti perché.

Forse tra qualche mese significherà qualcosa che oggi non posso ancora sapere.

Del resto è successo qualcosa di simile con Amazing to Be Young.

Il titolo mi fa sorridere.

Amazing to be young.

Meraviglioso essere giovani.

Adesso potrei ascoltarla con la tenerezza di chi guarda qualcosa che non gli appartiene più.

Invece non provo niente del genere.

Non voglio tornare giovane.

Non ho nessuna nostalgia dei miei vent’anni come condizione permanente. Sono contento di averli avuti, di aver fatto le mie cazzate, di aver ascoltato la mia musica, di aver vissuto quella parte della strada.

Ma non voglio tornarci.

Quello che non voglio perdere è un’altra cosa.

La possibilità di essere sorpreso.

Scoprire una band.

Aspettare un disco.

Innamorarmi di una canzone appena uscita invece di trascorrere il resto della vita ad ascoltare soltanto quelle che amavo a vent’anni.

Forse era questo che non tornava mentre compravo i biglietti.

Per un attimo avevo attribuito anch’io la musica a una generazione.

Come se i Fontaines appartenessero a mia figlia e io potessi entrarci soltanto come accompagnatore.

Ma la musica non funziona così.

Io posso farle ascoltare un disco uscito trent’anni prima che nascesse e lei può portarmi verso qualcosa che sta succedendo adesso.

Non è una staffetta.

Nessuno consegna il testimone.

Ce lo passiamo continuamente avanti e indietro.

Il 26 ottobre saremo a Bologna insieme.

Lei avrà la sua età.

Io avrò la mia.

Quando si spegneranno le luci non avrà molta importanza.

E forse, se partirà I Don’t Belong, penserò a quanto è strano aver impiegato tutti questi anni per capire che non appartenere non significa necessariamente essere soli.

Posso lasciare Firenze e continuare ad averla dentro.

Posso amare un luogo e non volerci più vivere.

Posso appartenere alla mia storia senza essere costretto a ripeterla.

Posso ascoltare i dischi della mia giovinezza senza dover abitare per sempre nel passato.

Posso sedermi accanto a mia figlia e scoprire che, almeno per la durata di una canzone, non esiste una musica sua e una musica mia.

Esiste quella che ci arriva.

Forse l’appartenenza non è il posto nel quale restiamo.

È ciò che decidiamo di portarci dietro quando ce ne andiamo.

E io, da Firenze, me ne porterò parecchia.

Anche mentre nelle cuffie un irlandese continua a ripetermi che non appartiene.

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