Ci sono film che entrano nella tua vita senza chiedere permesso.
Poi passano gli anni, cambiano le mode, cambiano i gusti, cambi perfino tu.
Loro, invece, restano lì.
Per me, The Blues Brothers è uno di quei film.
Non so più quante volte l'ho visto.
Ho smesso di contarle molti anni fa.
Conosco ogni scena, ogni battuta, ogni canzone.
Eppure, ogni volta che lo ritrovo in televisione, succede sempre la stessa cosa.
Il telecomando si ferma.
E io ricomincio il viaggio insieme a Jake ed Elwood.
Forse perché ci sono frasi che, a forza di sentirle, finiscono per diventare parte della tua vita.
La mia è questa.
"We're on a mission from God."
L'ho usata decine di volte.
Sul lavoro, quando sembrava impossibile portare a termine un progetto.
Con gli amici, per scherzo.
E adesso che sto preparando un viaggio in Guatemala, un viaggio che mi porterà lontano dalla mia comfort zone, mi accorgo che continua a tornarmi in mente.
Sorrido.
Perché quella frase, in fondo, parla di tutti noi.
Parla di quando senti che vale la pena partire, anche se non sai esattamente dove ti porterà la strada.
Molti ricordano The Blues Brothers per gli inseguimenti.
Per le centinaia di automobili distrutte.
Per Carrie Fisher che cerca di uccidere Jake.
Per le risate.
Io credo che il vero miracolo del film sia un altro.
Ha preso un patrimonio immenso della musica americana e lo ha rimesso nelle mani di milioni di persone.
Io appartengo a quella generazione che conosceva Everybody Needs Somebody to Love, Sweet Home Chicago, Shake a Tail Feather, Gimme Some Lovin', ma non conosceva ancora Solomon Burke, Robert Johnson, Sam & Dave, Spencer Davis Group o Cab Calloway.
Per me erano "le canzoni dei Blues Brothers".
Solo dopo ho scoperto gli originali.
Ed è questa la grandezza del film.
Non si è mai appropriato di quella musica.
L'ha amata così tanto da convincere un'intera generazione ad andare a cercarne le radici.
È una differenza enorme.
Una cover può sostituire un originale.
Un grande omaggio, invece, ti fa venire voglia di ascoltare chi quella canzone l'ha scritta per primo.
Poi ci sono loro.
Ray Charles.
Aretha Franklin.
James Brown.
Cab Calloway.
John Lee Hooker.
Non sono semplici ospiti.
Sono l'anima del film.
Ray Charles trasforma un negozio di strumenti musicali in un concerto.
Aretha Franklin canta Think e in pochi minuti riscrive la storia del cinema musicale.
James Brown celebra una funzione religiosa che diventa gospel allo stato puro.
Cab Calloway ferma il tempo con Minnie the Moocher.
John Lee Hooker canta in mezzo alla strada come se Chicago fosse il palcoscenico più naturale del mondo.
Jake ed Elwood non cercano mai di essere migliori di loro.
Fanno una cosa infinitamente più intelligente.
Ci prendono per mano e ce li presentano.
Come a dire:
"Se vi è piaciuta questa musica, adesso andate a conoscere chi l'ha inventata."
È un atto d'amore.
Ed è forse il più grande atto d'amore verso il soul e il rhythm & blues che il cinema abbia mai raccontato.
Poi ci sono le battute.
Quelle che, senza accorgertene, entrano nel tuo linguaggio quotidiano.
"Odio i nazisti dell'Illinois."
Credo di averla pronunciata centinaia di volte.
E poi il monologo delle cavallette.
Le cavallette.
L'alluvione.
I posti di blocco.
Le disgrazie raccontate con una serietà assoluta, fino a diventare una delle scene più divertenti che io abbia mai visto.
Ogni volta rido come fosse la prima.
E poi c'è il locale country.
Una delle scene che amo di più.
Jake ed Elwood attaccano Theme from Rawhide.
Dal pubblico cominciano a volare bottiglie, bicchieri, qualsiasi cosa.
Loro continuano a suonare.
Poi capiscono che quella gente vuole sentirsi parlare nella propria lingua musicale e cambiano repertorio con Stand by Your Man.
Il locale esplode.
Ogni volta penso che quella scena racconti perfettamente anche la vita.
Le bottiglie voleranno sempre.
L'importante è continuare a suonare.
E poi ci sono quei dettagli che scopri soltanto dopo aver visto il film decine di volte.
Frank Oz, il creatore dei Muppet e la voce di Yoda, è l'agente che restituisce a Jake gli effetti personali quando esce di prigione.
Alla fine del film, dietro lo sportello dell'ufficio delle imposte, l'impiegato svogliato che incassa l'assegno è un giovanissimo Steven Spielberg.
Piccoli regali lasciati agli spettatori più curiosi.
John Belushi, invece, era semplicemente John Belushi.
Impossibile da definire.
Non era soltanto un attore.
Non era un cantante.
Era un'esplosione di energia.
Una forza della natura.
Ogni volta che compare sullo schermo sembra che tutto possa succedere.
E puntualmente succede.
Quando finisce The Blues Brothers resto sempre seduto qualche minuto.
Come quando finisce un grande concerto.
Perché quel film mi ricorda una cosa semplice.
Che nella vita bisogna avere una missione.
Jake ed Elwood volevano salvare un orfanotrofio.
Io, molto più modestamente, provo a salvare i miei ricordi.
A raccontare la musica che mi ha accompagnato.
A restituire almeno una parte di quello che gli artisti hanno regalato a me.
Fra pochi giorni partirò per il Guatemala.
È un viaggio che mi emoziona e, lo confesso, mi mette anche un po' alla prova.
Ma so già che, mentre salirò su quell'aereo, nella mia testa partirà l'ultima scena del film.
"Abbiamo il pieno. Mezzo pacchetto di sigarette. È buio. E portiamo gli occhiali da sole."
"Vai."
Ogni volta mi viene la pelle d'oca.
Perché non è soltanto una battuta perfetta.
È un modo di affrontare la vita.
Prepararsi.
Accendere il motore.
E partire.
Con il sorriso.
Perché, in fondo...
siamo tutti in missione per conto di qualcosa.
Jake ed Elwood lo erano per un orfanotrofio.
Io continuo a pensare di esserlo...
per conto della musica.
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