Ci sono autori che scrivono canzoni. E poi ci sono quelli che, dentro una canzone, riescono a far entrare un mondo.
Per me Paolo Conte appartiene a questa seconda categoria. Anzi, è probabilmente il mio chansonnier italiano preferito proprio per questo: perché ogni volta che torno alle sue canzoni non ritrovo soltanto melodie bellissime o testi memorabili, ma stanze, odori, bar, pianoforti, città, notti, ironie, donne intraviste, malinconie, personaggi che sembrano usciti da un film.
Parlare di Paolo Conte soltanto come autore di testi straordinari, però, sarebbe ingiusto. Perché Conte è anche un musicista immenso, un compositore raffinatissimo, uno di quelli che sanno scrivere melodie capaci di contenere già da sole un paesaggio, un'ombra, un mistero. Ma è proprio quando musica e parole si incontrano che succede qualcosa di raro: la canzone smette di essere soltanto canzone e diventa cinema, teatro, odore, desiderio, racconto.
È questo, credo, che continuo ad amare di lui da tanti anni. La sensazione che le sue canzoni si possano anche leggere, quasi come si leggono certe poesie o certi racconti brevi, e che restino in piedi lo stesso. Perché nei suoi testi non ci sono solo belle frasi: c'è vita. C'è una lingua che sa essere colta e popolare, elegante e buffa, lieve e malinconica, e che soprattutto sa scegliere parole che nessun altro avrebbe scelto.
Basta rileggere Boogie per capirlo. Conte non si limita a raccontare una scena: la fa respirare. Gli bastano pochi dettagli — l'afrore di coloniali, una drogheria di una volta, il ventilatore che ronza dal soffitto, i rumori di gomma e di vernice, il cuoio — e quella canzone smette di essere una canzone. Diventa una stanza, un'aria, una temperatura, una materia. È quasi una scrittura fisica: non la guardi soltanto, la senti addosso. Ti arrivano gli odori, la polvere, il movimento, la pelle stessa di quella scena. E in quel momento capisci una cosa semplice: Paolo Conte non descrive, evoca. Non mette in fila immagini, costruisce ambienti.
Poi c'è il Conte che riesce a essere sentimentale senza essere mai sdolcinato, e qui per me entrano due canzoni meravigliose: Un gelato al limone e Via con me.
In Un gelato al limone ci sono versi che mi sembrano di una bellezza quasi scandalosa: la sensualità delle vite disperate, per esempio, oppure quei bagni diurni che diventano abissi di tiepidità. È un lessico amoroso tutto suo, adulto, ironico, malinconico, capace di far convivere la tenerezza con una strana eleganza un po' storta.
Via con me, invece, è il Paolo Conte che mette in scena l'amore come teatro, come invito, come sipario che si apre su qualcosa di insieme buffo e struggente. Entra in questo amore buio è già un verso enorme, ma quello che mi ha sempre colpito di più è lo spettacolo d'arte varia di uno innamorato di te. Perché lì dentro c'è tutto il suo modo di stare dentro i sentimenti: mai frontale, mai retorico. Sempre di sbieco, sempre con quella leggerezza apparente che in realtà nasconde un abisso di verità.
E forse mi colpisce così tanto anche per una ragione personale: quando mi sono innamorato davvero, almeno nelle storie che hanno contato, ho spesso avuto la sensazione di fare proprio quello, uno spettacolo d'arte varia. Goffo, generoso, esagerato, pieno di slanci, pur di stare dentro quell'amore.
Se dovessi scegliere una canzone capace di spiegare da sola la poetica di Paolo Conte, probabilmente sceglierei Aguaplano. Perché dentro quella canzone c'è il suo talento più raro: vedere un'immagine e trasformarla in un romanzo.
Un pianoforte a coda in mezzo al mare non è soltanto un'immagine surreale: è l'inizio di una storia. Conte lo guarda e subito si chiede quale vicenda ci sia dietro, quale festa, quale disastro, quale notte abbiano potuto portarlo fin lì. Da quel momento il pianoforte smette di essere un oggetto e diventa un piccolo teatro galleggiante: occhi che si cercano, labbra che si guardano, gambe che si sfiorano, tentazioni che si parlano. Fino a quel verso perfetto: «In certi casi un pianoforte è un grido.»
Dentro una frase così c'è tutto Paolo Conte. La capacità di prendere un oggetto e farlo esplodere di significato. Per questo Aguaplano per me non è soltanto una canzone bellissima. È un manifesto.
Il mare ritorna anche in Onda su onda. E non mi interessa chi l'abbia resa famosa. Per me è una canzone di Paolo Conte. Punto.
Un uomo cade dalla nave mentre a bordo si continua a ballare, il mare lo trascina via e la nave diventa una lucciola persa nel blu. Potrebbe essere una tragedia. Conte la trasforma invece in una deriva quasi felice, popolata di ritmi, donne di sogno, banane e lamponi. Anche qui il dolore non viene negato. Viene trasformato in racconto.
Succede anche nei luoghi che inventa.
Il Mocambo non è soltanto un bar. È un luogo mentale, un rifugio, una scenografia dove passano notti, personaggi, piccoli fallimenti e ripartenze. È soprattutto ne La ricostruzione del Mocambo che questo mondo prende forma: dopo le sue vicissitudini il protagonista riapre il suo bar, convive con un'austriaca, ha comprato un tinello marron, parla male il tedesco e conclude con un disarmante «scusa, pardon». In poche righe Conte costruisce una vita intera. E quel bar tornerà ancora, anche in altri brani, come se il Mocambo fosse un luogo dove, prima o poi, tutti noi finiamo per entrare.
E se c'è una canzone che dimostra quanto Conte sappia essere sensuale senza mai essere esplicito, quella è Come mi vuoi. Non ci sono dichiarazioni d'amore. C'è una stanza da riempire di musica turca, di incantesimi, di petardi. E poi quel verso che continuo a considerare uno dei più belli mai scritti nella canzone italiana: «l'odore di spezie che ha il buio.»
Chi altro avrebbe potuto dare un odore al buio?
Poi c'è Azzurro. Talmente famosa da rischiare di essere ascoltata male. In realtà è una canzone attraversata da una malinconia sottile: il pomeriggio immobile, il tempo che non passa, l'assenza di qualcuno. E poi, all'improvviso, compare un baobab.
Ancora oggi mi domando come gli sia venuto in mente di infilare un baobab in una canzone italiana degli anni Sessanta. Un albero africano enorme, improbabile, dentro un'estate di provincia. È uno di quei colpi di genio lessicale che appartengono solo a Paolo Conte.
E poi c'è Max.
Qui non siamo più soltanto davanti a un grande autore di testi. Qui siamo davanti al compositore. Il testo è quasi un frammento, un enigma. «Max non si spiega.» Ed è vero. Max non va spiegato. Va ascoltato.
Perché è la musica a raccontarlo. Una melodia immensa, misteriosa, che sembra aprire una porta su qualcosa che non riusciremo mai a vedere fino in fondo. È in canzoni come questa che capisco quanto Paolo Conte sia un musicista straordinario. Uno di quelli che sanno trasformare il mistero in suono.
Forse è proprio questo il punto.
Paolo Conte non ha semplicemente scritto alcune delle più belle canzoni italiane. Ha costruito un immaginario. Un mondo fatto di bar e oceani, di ventilatori esausti e bagni diurni, di pianoforti in mezzo al mare, di pullman perduti, di spezie nel buio, di baobab, di spettacoli d'arte varia e di personaggi che non si spiegano.
Per questo, quando torno a Paolo Conte, non torno soltanto a delle canzoni che amo.
Torno in un posto.
E forse quel posto, da sempre, si chiama semplicemente Aguaplano.
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