The Seeds of Love

Pubblicato il 18 maggio 2026 alle ore 21:00

Credo che nei prossimi tempi scriverò molto di dischi degli anni ’80.

Forse perché sono gli anni in cui sono cresciuto.
Forse perché sono gli anni in cui mi sono formato musicalmente ed emotivamente.
O forse perché continuo a pensare che quella decade sia stata spesso raccontata male.

Troppo sintetizzata nei cliché, nei capelli cotonati, nei synth facili, nei videoclip di MTV.

E invece dentro gli anni ’80 sono nati alcuni dei dischi più straordinari che io abbia mai ascoltato. Dischi complessi, sofisticati, pieni di ricerca, malinconia, sperimentazione, intuizioni incredibili. Dischi che ancora oggi torno ad ascoltare ossessivamente.

In fondo lo abbiamo già fatto parlando di The Nightfly di Donald Fagen.

E stasera tocca a un altro capolavoro assoluto, uno di quei dischi che secondo me non vengono citati abbastanza quando si parla dei grandi album degli anni ’80.

The Seeds of Love dei Tears for Fears.

Un disco gigantesco.

E anche un disco stranissimo.

Perché arriva dopo il successo enorme di Songs from the Big Chair, quando i Tears for Fears avrebbero potuto tranquillamente continuare a fare hit perfette e radiofoniche. E invece no. Si fermano per anni, spendono una quantità assurda di soldi e tempo in studio, cambiano musicisti, arrangiamenti, idee, e tirano fuori un album quasi fuori dal tempo.

Un disco ambizioso, orchestrale, psichedelico, politico, malinconico, Beatlesiano fino al midollo.

E incredibilmente elegante.

La title track, Sowing the Seeds of Love, è praticamente una dichiarazione d’amore ai The Beatles. Dentro ci senti Sgt. Pepper, ci senti Lennon, McCartney, la psichedelia inglese, ma senza che sembri una copia. È una canzone enorme, piena di dettagli, di cambi di atmosfera, di cori, di colori sonori.

E poi c’è Woman in Chains.

Una delle canzoni più belle e dolorose degli anni ’80.

La voce di Oleta Adams è semplicemente devastante. E quella canzone, ascoltata oggi, continua a sembrare modernissima. Parla di potere, fragilità, dipendenza emotiva, violenza psicologica, ma lo fa con una delicatezza e una profondità che pochissimi hanno avuto.

Poi ci sono pezzi meno celebrati ma straordinari come Badman's Song, lunghissima, quasi jazz-rock in certi momenti, oppure Standing on the Corner of the Third World, che dentro ha tutta l’inquietudine politica di fine anni ’80, quando il mondo sembrava sul punto di cambiare continuamente pelle.

E c’è anche quella leggerezza malinconica tipica dei Tears for Fears, che forse raggiunge il suo punto più alto in Advice for the Young at Heart.

Ogni volta che la ascolto penso a quanto sia difficile restare idealisti crescendo. A quanto sia complicato mantenere una parte leggera dentro di sé mentre il tempo passa, le persone cambiano e la vita diventa inevitabilmente più complessa.

Forse è questo che amo davvero di The Seeds of Love.

Non è soltanto un disco musicale perfetto.

È un disco adulto.

Fatto da persone che avevano capito che crescere significa convivere contemporaneamente con nostalgia, disillusione, speranza e memoria.

Ed è probabilmente anche per questo che continuo a tornarci dentro ossessivamente in questi giorni.

Perché certi album non ti riportano soltanto a un’epoca.

Ti riportano a una versione di te stesso.

E qualche volta, mentre li ascolti, hai quasi la sensazione che quella versione sia ancora lì da qualche parte.

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