Negli anni ’80 a Firenze c’era un posto dove sembrava che il futuro arrivasse prima.
Si chiamava Tenax.
Riduttivo definirlo una discoteca.
Era molto di più.
Era uno di quei luoghi che finiscono per rappresentare un’epoca intera.
Io ci andavo quasi sempre il venerdì sera. E ogni volta avevi la sensazione che potesse succedere qualcosa di importante. Non importava soltanto chi avrebbe suonato. Era l’atmosfera. La gente. I vestiti. Le facce. Il modo in cui si stava dentro quella notte.
Per qualche anno il Tenax fu davvero uno dei locali di riferimento in Europa per la new wave e il post punk. Firenze, incredibilmente, era collegata direttamente a Londra, Manchester, Berlino. Quello che succedeva lì dentro sembrava arrivare dal futuro.
Ed era un futuro bellissimo.
Ci ho visto gli Echo & the Bunnymen, i Bauhaus, i Litfiba degli inizi, Lloyd Cole and the Commotions, i Cocteau Twins, i Frankie Goes to Hollywood.
E non erano soltanto concerti.
Era la sensazione di essere dentro un movimento culturale che stava cambiando tutto. La rivoluzione post punk aveva preso il rock e lo aveva reso più inquieto, più elegante, più oscuro, più intellettuale. Non c’erano più soltanto gli eccessi del rock classico. C’erano il dub, l’elettronica, il dark, la moda, l’arte, il teatro, il desiderio di reinventarsi continuamente.
Al Tenax questa cosa si respirava fisicamente.
Entravi e vedevi ragazzi vestiti completamente di nero accanto ad altri che sembravano usciti da un club londinese. Trucco pesante, capelli impossibili, impermeabili lunghi, giacche militari, synth che arrivavano dalle casse, luci basse, fumo, sigarette, una sensazione continua di essere parte di qualcosa di irripetibile.
Quando salivano sul palco i Bauhaus sembrava davvero che il dark non fosse soltanto musica ma una forma d’arte totale. Gli Echo & the Bunnymen avevano quell’eleganza malinconica che definiva perfettamente gli anni ’80 migliori. I Cocteau Twins sembravano arrivare da un altro pianeta, quasi irreali. E poi c’erano i Litfiba, che in quel contesto erano perfetti: Firenze, new wave, teatro, energia, oscurità mediterranea.
Ma il Tenax era anche altro.
Era il pogo esploso durante i concerti dei CCCP Fedeli alla linea, una massa di corpi che si muovevano come se dovessero buttare fuori tutta l’energia e tutta la rabbia di una generazione. Era la sensazione che il rock italiano potesse finalmente avere una voce diversa, politica, provocatoria, teatrale.
Ed era impossibile separare il Tenax da Controradio.
Quella radio era la colonna sonora di quella Firenze notturna che per qualche anno diventò davvero una capitale culturale alternativa. Un popolo intero si riconosceva lì dentro: nei locali, nei concerti, nelle notti infinite, nelle discussioni sulla musica come se fosse una questione fondamentale della vita.
Era lo stesso popolo che riempiva i concerti organizzati fuori dal Tenax, come quello leggendario dei The Clash. Sembrava che tutta quella scena si muovesse insieme, come un organismo unico fatto di radio, locali, gruppi, mode, arte e bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
E dentro tutto questo c’erano anche i Neon.
Forse oggi non tutti si ricordano davvero cosa abbiano rappresentato. Ma in quel momento erano perfetti per quella città e per quell’atmosfera: elettronica, sperimentazione, eleganza fredda, notti fiorentine che sembravano non dover finire mai.
Oggi sembra quasi impossibile spiegare cosa fosse davvero quella Firenze a chi non l’ha vissuta.
Per qualche anno sembrò davvero che la musica, l’arte e la notte potessero creare un’identità collettiva. Non era soltanto divertimento. Era appartenenza.
Al Tenax non andavi soltanto a ballare o a vedere un concerto.
Andavi a cercare una versione diversa di te stesso.
E forse è proprio questo che rende certi posti irripetibili.
Non quello che erano.
Ma quello che ti facevano sentire mentre ci stavi dentro.
Aggiungi commento
Commenti