Qualche anno fa qualcuno mi ha fatto la carta del cielo.
Io ascoltavo, ma non credevo davvero.
Non sono mai stato uno che si affida a queste cose.
Mi incuriosiscono, sì.
Ma le tengo a distanza.
Eppure quella sera qualcosa era diverso.
Parlava del passato, e lo faceva con una precisione che mi metteva a disagio.
Eventi, momenti, passaggi della mia vita…
era tutto lì, in fila, come se qualcuno li avesse già visti prima di me.
Poi, a un certo punto, si è fermata.
Non ha detto niente subito.
Ha solo guardato quella carta in silenzio, con un’espressione che non mi è piaciuta.
“Che succede lì?” le ho chiesto.
Indicava una linea.
Una curva netta.
“È intorno ai 63 anni.”
L’ho guardata e ho sorriso, ma non troppo.
“E quindi? Muoio ?" le ho detto per smorzare la tensione.
Lei ha scosso la testa.
“No. Però… cambia tutto.”
Non mi disse altro.
E io, onestamente, non ci pensai più. Anche se quella carta del cielo l'ho tenuta in un cassetto.
Fino ad adesso.
Perché poi succede.
Succede davvero.
Non tutto insieme.
Ma tutto nello stesso punto della vita.
Un corpo che si ferma e ti costringe a guardarti davvero ed attraversare un male difficile.
Un cuore che si rompe, o forse si libera, non lo so ancora.
Una storia importante che finisce.
Una vita che si sta spostando, cambia città, cambia direzione quando dovrebbe invece stabilizzarsi.
E tu che resti lì, a chiederti se sia solo una coincidenza.
Oppure no.
Non so se fosse destino.
Non so se fosse solo una suggestione ben raccontata.
So solo che quella linea esisteva.
E io ci sono arrivato.
E in qualche modo… ci sto passando dentro.
La musica, come sempre, arriva prima di capire.
Gli Zeppelin in Stairway to Heaven parlano di un percorso che non è mai davvero chiaro, di una salita che sembra promettere qualcosa e che invece ti costringe a cercare senso passo dopo passo.
Non sai dove stai andando.
Ma sai che non puoi fermarti.
I Pink Floyd in Time lo dicono in modo ancora più diretto.
Arriva un momento in cui capisci che il tempo non è infinito.
Che non puoi più rimandare.
Che quello che devi essere… o lo sei adesso, oppure rischi di non esserlo mai.
E poi ci sono i Doors con The End.
Che non è solo una fine.
È una soglia.
Un passaggio.
Un punto in cui qualcosa muore perché qualcos’altro possa iniziare.
David Bowie, in Blackstar, lo trasforma in consapevolezza pura.
Non c’è più paura, non c’è più fuga.
C’è solo l’accettazione di quello che sei diventato.
E poi arriva Kate Bush, con Running Up That Hill.
Il desiderio impossibile di scambiarsi, di capire davvero cosa succede dall’altra parte.
Di riscrivere le cose.
Di cambiare il corso degli eventi.
Ma non si può.
E allora forse non era una previsione.
Forse era solo un punto.
Un punto in cui la vita decide di toglierti tutte le distrazioni.
E lasciarti davanti a quello che sei davvero.
Senza protezioni.
Senza scuse.
Solo tu.
Non so cosa ci sia dopo quella linea.
So solo che ci sono arrivato.
E che, in qualche modo…
ci sto passando dentro.
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