Ci sono canzoni che tornano quando non le stai cercando. Le avevi lasciate lì, da qualche parte, senza un motivo preciso, e poi, all’improvviso, riappaiono. E in quel momento capisci che non è un caso.
Non sono loro che tornano.
Sei tu che sei arrivato nel punto giusto per riascoltarle.
Oggi è successo con Waiting on a Friend degli Stones.
È una di quelle canzoni che non ti prendono per la gola, non alzano la voce, non cercano di imporsi. Restano un passo indietro, quasi distratte, come se non volessero disturbare troppo. E proprio per questo, quando arrivano, lo fanno in profondità. Non ti travolgono, ti si appoggiano addosso.
A un certo punto passa quella frase:
“I’m not waiting on a lady… I’m just waiting on a friend.”
Non cambia il ritmo, non succede niente di evidente, ma cambia tutto.
Perché sposta il centro. Lo toglie da dove siamo abituati a metterlo.
Siamo cresciuti pensando che il punto fosse sempre quello: l’amore, le storie, le relazioni che iniziano e finiscono, le cose che ti consumano. E invece, all’improvviso, arriva una frase così, detta quasi senza peso, e rimette tutto in ordine.
O forse lo rimette semplicemente al suo posto.
Fa quasi impressione pensare che un brano così stia dentro Tattoo You. Un disco pieno di energia, diretto, sporco, vivo. Mi ricordo perfettamente dove l’ho comprato: un piccolo negozio di vinili a Edimburgo, in una strada che scende dal castello — Victoria Street, credo. Era il giorno in cui era uscito.
Ricordo la sensazione di quel vinile tra le mani, il peso, l’odore, quella specie di eccitazione fisica che avevano i dischi quando erano ancora oggetti da aspettare. Tornare a casa, metterlo sul piatto, abbassare la puntina. E poi quel suono pieno, imperfetto, vero.
Dentro c’era tutto quello che ti aspetti dagli Stones.
E poi c’era anche questo.
Uno spazio diverso.
Quasi una pausa dentro il rumore.
Forse è per questo che gli Stones li ho sempre amati soprattutto quando rallentano, quando smettono di dimostrare e iniziano a raccontare. Hanno scritto alcune delle ballate più belle che mi vengano in mente — Beast of Burden è una di quelle, Wild horses un'altra — e “Waiting on a Friend” appartiene a quella stessa famiglia.
Canzoni che non chiedono attenzione.
La ottengono.
Ascoltandola oggi mi sono accorto che esiste anche un altro modo di stare dentro le cose. Meno complicato, meno esposto. Un modo in cui non devi convincere nessuno, non devi spiegarti troppo, non devi nemmeno dimostrare qualcosa.
Devi solo esserci.
E trovare qualcuno che, in quel momento, è lì allo stesso modo.
Non per completarti.
Non per salvarti.
Non per cambiare le cose.
Solo per condividerle.
La musica, in qualche modo, ci arriva sempre prima.
In Tenth Avenue Freeze-Out succede esattamente questo, e non è un caso che arrivi da Born to Run l'energia pura di Springsteen, un disco che non sta fermo, che corre, che cerca una via d’uscita, che ha dentro l’urgenza di vivere tutto fino in fondo.
E poi, in mezzo a quella corsa, succede qualcosa di semplicissimo.
Un incontro.
Non viene spiegato, non viene celebrato.
Succede.
E da quel momento il suono cambia.
Diventa più pieno.
Più largo.
Più condiviso.
Oggi però non è quel momento.
Oggi è più vicino agli Stones.
A quel portone.
A quel tempo un po’ sospeso che non è vuoto ma non è nemmeno pieno.
È uno spazio.
E gli spazi, quando li accetti, diventano possibilità.
Forse è lì che succedono le cose più vere.
Quando smetti di cercare qualcosa di preciso
e inizi, senza dirlo troppo, a lasciare posto.
Quando abbassi il volume delle aspettative
e alzi quello della presenza.
E allora quella frase resta lì.
Senza bisogno di essere spiegata.
Senza bisogno di essere difesa.
Come tutte le cose che, quando arrivano, sai già riconoscere.
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