Teoria dell'inqueitudine

Pubblicato il 23 marzo 2026 alle ore 22:27

Ci sono emozioni che non fanno rumore.

Non arrivano all’improvviso, non fanno scena, non si impongono.
Restano.

Si infilano nei momenti vuoti, nei silenzi, nelle pause tra una cosa e l’altra.
E lì, piano, cominciano a lavorare.

L’inquietudine è così.

Non è rabbia.
Non è nemmeno tristezza.

È qualcosa di più sottile, più difficile da definire.
È quella sensazione che qualcosa non torna, anche quando fuori sembra tutto al suo posto.

Forse è per questo che i Radiohead non li ascolti davvero: li riconosci.

Perché non spiegano quello che senti.
Lo mettono lì, senza difese.

C’è un momento in cui la realtà diventa troppo piena, troppo rumorosa, troppo difficile da reggere.
E allora la mente fa una cosa strana: si sposta, si stacca, prova a proteggersi.
È lo stesso spazio sospeso che senti in How to Disappear Completely, quando la realtà smette per un attimo di essere sostenibile.

E mentre provi a rimettere ordine, a convincerti che tutto sia sotto controllo, ti accorgi che sotto quella superficie qualcosa continua a muoversi.
È quella sensazione quasi ipnotica, circolare, che attraversa Everything in Its Right Place: tutto sembra al posto giusto, ma niente è davvero a posto.

A volte è perché intorno a te — o dentro di te — tutto diventa artificiale.
Costruito.
Di plastica.

Relazioni che tengono ma non respirano.
Emozioni che funzionano ma non scaldano.
È quel mondo fragile e finto che senti scorrere dentro Fake Plastic Trees, dove tutto sembra esistere ma niente è davvero vivo.

A un certo punto smetti anche di aspettarti che qualcosa cambi.
Ti accontenti di una linea piatta, senza scosse, senza sorprese.
E quella calma apparente ha la dolcezza inquietante di No Surprises, dove la tranquillità è più una resa che una scelta.

L’inquietudine però non sparisce.
Si trasforma.

Diventa dubbio, diventa voce interna, diventa qualcosa che mette in discussione perfino quello che senti.
“Just because you feel it, doesn’t mean it’s there” ti sussurra There There.
Ma il punto è che, anche quando non sai spiegarlo, quello che senti esiste. Eccome se esiste.

E a volte prende la forma della distanza.
Da qualcuno.
Da qualcosa.
O da te stesso.

È quel vuoto improvviso, quella sensazione di essere rimasti esposti, senza più un appiglio.
La stessa fragilità che scorre dentro High and Dry, quando ti accorgi che qualcosa — o qualcuno — non ti tiene più.

E poi arriva quel momento che non puoi più evitare.

“I lost myself.”

Succede dentro Karma Police, ma potrebbe succedere a chiunque.
Non è un’esplosione, non è un dramma.
È una consapevolezza lenta.

Ti guardi e capisci che, da qualche parte, ti sei perso.

E insieme a questo arriva anche l’altra frase, quella che nessuno vuole davvero pronunciare:

“I don’t belong here.”

È il cuore scoperto di Creep.
E non riguarda solo un luogo.

Riguarda una situazione.
Una relazione.
Una versione di te che non riconosci più.

I Radiohead non ti portano da nessuna parte.

Non ti offrono un’uscita.
Non cercano di sistemare le cose.

Fanno qualcosa di molto più onesto.

Ti tengono lì.

Dentro quello che senti.

Io l’inquietudine la conosco.

Non è una fase.
Non è un passaggio.

È una presenza.

A volte silenziosa, a volte più evidente.
Ma sempre lì.

È quella distanza sottile tra quello che vivi e quello che senti davvero.

E forse è per questo che torno sempre a loro.

Perché non cercano di guarirla.
Non la spiegano.
Non la semplificano.

La rispettano.

E quando qualcuno riesce a fare questo, succede una cosa rara.

Non stai meglio.

Ma smetti di sentirti sbagliato.

E a volte è già abbastanza.

PS. Questo post è dedicato ad Alessia Ballini una persona, una politica, che porto nel cuore e che ha lasciato un vuoto enorme troppo presto. Lei amava i Radiohead e in questa serata del 23 marzo in cui il 'no' ha salvato l'integrità della nostra Costituzione lei sarebbe stata in piazza a festeggiare senza inquetudine. 

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Commenti

antonella Rocchini
19 giorni fa

Queste parole sui Radiohead si sente ed che arrivano dirette dalla tua anima, e, la cosa bella, è che come frecce arrivano dirette nell’anima di cui le legge. Almeno per me è stato così. Grazie