Ci sono canzoni che non ascolti.
Ti ascoltano.
Perfect Day non entra mai con violenza.
Non chiede attenzione.
Si siede accanto.
All’inizio la trovi dolce.
Poi malinconica.
Poi ambigua.
A un certo punto smetti di chiederle cosa racconta
e inizi a chiederti perché ti riguarda così tanto.
Un giorno perfetto.
Una passeggiata.
Un bicchiere.
Stare insieme senza dover spiegare niente.
Le cose più pericolose non sono quelle che ti travolgono.
Sono quelle che ti fanno stare bene.
Lou Reed canta senza alzare la voce.
Non celebra.
Non si lamenta.
Descrive.
E mentre descrive capisci che quel giorno è perfetto proprio perché è fragile.
Perché non è garantito.
Perché lo senti scivolare via mentre lo stai vivendo.
Ci sono momenti in cui ti sembra di essere esattamente dove dovresti essere.
Con la persona giusta.
Nel tempo giusto.
Nel punto giusto della tua vita.
E nello stesso istante senti una domanda sottile, quasi impercettibile:
sto scegliendo o sto avendo bisogno?
“You're going to reap just what you sow.”
Non l’ho mai sentita come una morale.
L’ho sempre sentita come una responsabilità.
Ciò che coltivi cresce.
E non importa come lo chiami.
Amore.
Abitudine.
Passione.
Attaccamento.
Cresce.
Ci sono giorni perfetti che non sono innocenti.
Sono pieni.
Densi.
Così densi che inizi a chiederti quanto spazio occupano dentro di te.
So cosa significa sentire una presenza che calma
e allo stesso tempo trattiene.
So cosa vuol dire non voler rinunciare a quella luce
anche quando intuisci l’ombra.
Perfect Day non ti dice cosa è giusto.
Non ti salva.
Non ti mette in guardia.
Ti porta davanti a quella linea invisibile
tra amare
e aver bisogno.
E forse la verità è che, a volte, le due cose convivono.
Si intrecciano.
Si confondono.
Un giorno perfetto non è eterno.
Ma lascia un segno che lo è.
E quando la canzone finisce,
resti lì,
a chiederti se quello che stai vivendo
è libertà
o qualcosa che ti sta legando più forte di quanto vorresti ammettere.
Perfetto.
Forse.
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