La dea

Pubblicato il 8 gennaio 2026 alle ore 21:51

Ci sono artiste che si ascoltano.
E poi c’è Florence Welch (con i suoi & the Machine), che si attraversa.

Con lei non ho mai avuto la sensazione di assistere a un concerto. È sempre stato qualcosa di più vicino a un rito. Florence non entra in scena: arriva. E quando arriva, il palco smette di essere un palco e diventa un territorio emotivo, instabile, vivo. Un luogo dove senti che può succedere qualcosa di importante, anche se non sai bene cosa.

Quando ripenso a lei, non penso a un concerto solo ma ad un filo nascosto che unisce le performace che ho vissuto. Mi ricordo la faccia di chi avevo trascinato con me a Bologna nel 2019 quando ha iniziato con la leggiadria e potenza di 'June' 
Penso a più serate che si sovrappongono,  che si mescolano nella memoria, come succede sempre con le cose che contano davvero. Cambiano le città, i palchi, i contesti, ma le sensazioni restano identiche.

Agli I-Days di Milano, due anni fa, Florence era feroce. Verticale.
C’era quella sensazione chiarissima di potere e identità urlata senza chiedere il permesso. Con “King” metteva subito le cose in chiaro: essere se stessi ha un costo, ma è l’unico modo possibile. Cantava addosso al pubblico, lo guardava negli occhi, lo attraversava. Non c’era distanza, non c’era protezione.

Poi arrivava “Dream Girl Evil”.
E lì il concerto cambiava pelle. Florence si sporgeva verso la folla, quasi a cantare su di noi, non per noi. Era magnetica, feroce, consapevole. Non seduceva: affermava. Era una dichiarazione di forza, di rabbia liberata, di identità finalmente senza compromessi. Un manifesto cantato, più che una canzone...'Did mummy make you sad ?'

A Bologna, invece, il tempo sembrava diverso.
Più lento. Più intimo. Più aperto.

Lì ho sentito “Sweet Nothing”, e non aveva nulla di leggero. Parlava di vuoto, di aspettative che non trovano risposta, di amore che non riesce a riempire quello che manca. “You want a revelation, some kind of resolution”… e capisci che non sempre arriva. Dal vivo era ipnotica: ballavi, cantavi, ma sotto sentivi chiaramente una frattura.

E poi come non dimenticare un concerto che inizia con  “What the Water Gave Me” ? 
Florence sembrava quasi in trance. L’acqua come purificazione, ma anche come rischio. Una canzone che parla di sacrificio, di perdita, di rinascita dolorosa. Non si ascolta: si attraversa. Ti trascina sotto e poi ti lascia riemergere, cambiato.

“No Light, No Light” a Milano non c'era più. E neanche “Sweet Nothing”.
Ma paradossalmente è proprio lì che la loro assenza si è fatta sentire di più.

“No Light, No Light” l’avevo ascoltata nei concerti precedenti , e per me resta la canzone della mancanza. Di quando qualcuno non c’è più. Di quando senti davvero “the space in my bed”. Quello spazio vuoto che non è solo fisico, ma mentale, emotivo, quotidiano. Dal vivo non consola. Riconosce. E basta quello.

È per questo che, ripensando a quei concerti, non riesco più a separarli davvero.
A Milano mi ha dato la forza. Bologna mi ha aperto le ferite.
In mezzo, sempre lei.

Florence non è una dea perché è irraggiungibile.
Lo è perché riesce a stare altissima senza smettere di essere umana. Perché trasforma fragilità in forza, dolore in movimento, paura in voce.

Io amo gli artisti così.
Quelli che non proteggono chi ascolta, ma lo coinvolgono.
Quelli che non intrattengono, ma espongono.

Sono tornato a casa stanco, sudato, emotivamente scosso.
Ma anche grato. Perché, ancora una volta, la musica aveva fatto quello che fa sempre quando è vera: mi aveva rimesso in piedi.

E certe presenze, quando le incontri dal vivo, non se ne vanno più.
Restano lì.
Come una luce che sai di poter ritrovare, anche quando intorno sembra buio. Ci vediamo a Londra il 16 febbraio Mrs. Welch


 

Qui non si canta. Qui si manifesta.

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